sabato, 22 agosto 2009, ore 14:13

La frase è di James Russell Lowell e l'ho voluta mettere come titolo perché tempo fa avevo deciso di non postare più racconti miei, ma oggi ve ne voglio regalare uno... prima o poi comparirà in un'antologia legata al concorso a cui ha partecipato e mi fa piacere che voi lo leggiate.

bacini,

Claudia

IL TUFFO

Da dieci anni Barbara aveva lasciato la sua città, La Spezia (  si era resa conto di essere diventata una forestiera quando aveva iniziato a usare quell’articolo che i suoi concittadini omettevano), per andare a vivere a Torino, dove aveva studiato e trovato lavoro. Era tornata a casa raramente, e sempre per brevi periodi, perché ormai la sua vita era altrove; a Torino aveva gli amici, il fidanzato, un appartamento in affitto vicino al centro. Ma negli ultimi tempi le cose erano peggiorate: la storia con Roberto era finita e Barbara aveva perso il lavoro, così aveva deciso di tornare nella casa dove era cresciuta.

 Era arrivata in città in una sera primaverile, col treno: passata Genova, Barbara aveva trascorso il tempo guardando gli spicchi di mare che sbucavano tra le gallerie, con l’avidità e la curiosità dei turisti  che si chiamavano l’un l’altro, cercando di fotografare quegli squarci di blu incastonati tra il verde degli alberi. I suoi genitori erano andati a prenderla in stazione, emozionatissimi all’idea che la loro “bambina” fosse di nuovo con loro; durante il tragitto verso casa non avevano smesso di parlare, mentre lei guardava dal finestrino la sua città, sempre uguale ma allo stesso tempo cambiata nel corso degli anni: le rotonde, qualche nuovo locale, le palme del lungomare, l’inconfondibile sagoma della Cattedrale.
Per cena c’erano la pizza e la farinata della Pia: Barbara aveva mangiato lentamente, assaporando quei cibi che le ricordavano la sua infanzia e la sua adolescenza, poi era andata a letto presto, con la scusa della stanchezza.

  In realtà voleva sfuggire alle domande dei genitori sul motivo della sua magrezza e sull’assenza di Roberto: inoltre, sentiva il desiderio di stare sola a pensare al tempo che, in quella casa, sembrava non essere passato.

Certo, i suoi genitori erano invecchiati: i capelli del papà erano ingrigiti, il viso della mamma solcato da rughe, ma i mobili scuri della sala erano sempre gli stessi, così come le lunghe tende chiare, i gerani colorati sul balcone, i barattoli del caffè e dello zucchero, bianchi con le scritte rosse, allineati sulla mensola della cucina.
Nella sua camera c’erano i libri del liceo, le foto del diciottesimo compleanno, con la chiesa di Portovenere sullo sfondo, le cartoline della vacanza a Londra, il copriletto a fiorellini, le lenzuola odorose di bucato

  Era rimasta sveglia a lungo, fissando il soffitto alla pallida luce dei lampioni della strada (aveva l’abitudine di lasciare la tapparella leggermente alzata) e ripensando agli anni passati lontano dalla sua città, ricordandone il vento, i mugugni dei cittadini, i lunghi viali alberati e le montagne che si tuffavano in mare.
L’indomani Barbara era stata svegliata dal cinguettio degli uccellini; non erano ancora le sette e lei era rimasta a letto, ascoltando i rumori della mattina: le auto che passavano, i genitori che si preparavano per andare al lavoro, i tacchi della signora del piano di sopra, un cane che abbaiava.

Si era riaddormentata e quando aveva riaperto gli occhi erano da poco passate le nove: si era alzata e aveva aperto la finestra, guardando il giardino condominiale: le foglie degli alberi dondolavano pigramente al dolce vento di marzo mentre un gatto bianco e nero si lasciava accarezzare dai primi, tiepidi raggi di sole.

Aveva respirato a fondo, si era concessa una lunga doccia calda ed era andata a fare colazione: la madre era uscita presto per comprarle la sua focaccia preferita, quella molto unta e con i pomodorini sopra.
Sapendo che i genitori non sarebbero tornati dal lavoro che nel tardo pomeriggio, Barbara aveva deciso di uscire: sapeva già quale sarebbe stata la sua prima meta: Portovenere!
L’aveva deciso la sera prima, guardando le vecchie foto e sfogliando il diario segreto della sua adolescenza, tra le cui pagine aveva ritrovato vecchi biglietti dell’autobus, petali di rose rosse, foglie dai caldi colori autunnali e carte di caramelle.
Le pagine, decorate con cuori colorati, erano ricoperte di scritte di ogni tipo: testi di canzoni, brevi riflessioni, il nome del suo primo amore a caratteri cubitali ( ogni lettera scritta in un colore diverso), poesie dai versi traballanti.

  Aprendo il diario, Barbara aveva sentito odore di salsedine, di scirocco, di pioggia autunnale: i ricordi le erano piombati addosso all’improvviso, lasciandola confusa, smarrita e felice allo stesso tempo. Mentre l’autobus attraversava la città, lei guardava dal finestrino i portici, gli austeri palazzi del centro, i giardini: poi, fuori città, i paesini, le curve, le salite sulle quali i ciclisti arrancavano faticosamente, le piccole case colorate, le donne anziane cariche di borse della spesa e malferme sulle gambe, qualche turista rimasto a bocca aperta all’arrivo nel vecchio borgo.
Quasi correndo, Barbara si era diretta verso la grotta Byron: il vento le agitava i capelli, il rumore delle onde accompagnava i suoi passi frettolosi.

 Appena entrata nella grotta, aveva respirato l’odore del mare, del suo mare dalle mille sfumature dell’azzurro e del blu, lasciando che il libeccio la avvolgesse nel suo abbraccio: a un tratto le era tornato in mente il ricordo lontano di un giorno d’estate: il tuffo!
Aveva diciotto anni ed era andata al mare con le sue amiche: loro solitamente si recavano all’Ulivo, ma quel giorno la destinazione era cambiata:  grotta Byron, meta di turisti che amavano sentir raccontare la storia del grande poeta inglese che aveva nuotato tra Portovenere e Lerici, e di spericolati che cercavano l’ebbrezza di tuffarsi da picchi altissimi.
In grotta le ragazze si erano incontrate con altri amici, esaltati perché si erano tuffati da sette metri: all’inizio Barbara non voleva essere coinvolta in una simile follia, poi Martina l’aveva convinta.
Insieme avevano prima nuotato per un breve tratto, poi si erano arrampicate sullo scoglio, rischiando di scivolare a ogni passo, continuando a ridere e scherzare per non pensare al rischio che correvano. Arrivate in cima si erano appoggiate alla parete di roccia, rimanendo mezz’ora lassù, spaventate,  accusandosi a vicenda: “Tu mi hai portato qui, no è colpa tua!

Gli amici le incitavano e infine si erano decise: la prima a tuffarsi era stata Martina, poi era toccato a lei che si era lanciata nel vuoto chiudendo gli occhi.   
Da sempre, si dice, il sogno dell’uomo è volare: lei aveva davvero volato, spinta dal vento che le fischiava nelle orecchie e dall’entusiasmo della giovinezza; ricordava l’urlo lungo sette metri, la sensazione di onnipotenza e di libertà assoluta, l’impatto con l’acqua, forte ma non doloroso e quindi la discesa verso il fondo, per poi risalire in superficie.
Scendere sott’acqua era stato come morire: il silenzio totale nelle orecchie, il buio, la solita paura di non riuscire a risalire,  il timore che non le bastasse il fiato: poi, finalmente, era tornata alla vita e alla luce del sole, alla gioia di un giorno d’estate, a un soffio di scirocco, alle risate di Martina e agli applausi degli amici.
Ricordava il tremito delle mani, il battito accelerato del cuore, la sensazione di aver fatto qualcosa che probabilmente i suoi genitori non avrebbero approvato, qualcosa che tutti ritenevano pericoloso, qualcosa di coraggioso che non avrebbe mai dimenticato.
Chissà, pensava, quanti altri adolescenti, dopo di lei, avevano vissuto le sue stesse emozioni: lo scoglio era ancora lì, battuto dalle onde che alzavano la schiuma; in quel momento c’era solo un gabbiano appollaiato che scrutava il mare alla ricerca di un buon boccone. Barbara era rimasta a osservarlo finché non si era alzato in volo, candido e maestoso, libero e indipendente.
Allora era uscita dalla grotta, facendosi largo tra turisti meravigliati e armati di macchine fotografiche.

Riprendendo la sua passeggiata, pensava ancora a quel tuffo lontano, paragonandolo alla sua decisione di lasciare Spezia, la vita tranquilla, il lavoro nel negozio degli amici di famiglia, per andare incontro all’ignoto, trasferendosi a Torino dove non conosceva nessuno, in una città così diversa dalla sua, con un clima ostile. Ripensava a quante volte aveva rimpianto la dolce brezza delle sue spiagge, il sole caldo, l’azzurro del cielo e del mare.

Sospirando e camminando lentamente, aveva pensato che in quel momento molto probabilmente aveva bisogno del coraggio per un nuovo tuffo nel vuoto, per ritornare, ancora una volta, alla vita.

 

 

 

sognatricenata
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categoria : racconti, scrittura creativa

lunedì, 08 dicembre 2008, ore 17:22

... eh? E' già più di una settimana che non scrivo qui... sono imperdonabile, lo so.

Però ho una bella notizia.

Giovedì sono andata alla premiazione di un concorso letterario al quale avevo partecipato qualche mese fa, la velocità e la solerzia del comune di Spezia sono impagabili.

Va beh, bando alle ciance. Non ho vinto, però il mio racconto è tra quelli segnalati e quindi verrà pubblicato. Certo vincere è una grande soddisfazione ma anche essere pubblicati lo è, quindi festeggiamo lo stesso!!!

Per il resto, nessuna novità di rilievo.

Bacini,

Claudia

sognatricenata
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categoria : saluti, concorsi, scrittura creativa

giovedì, 04 settembre 2008, ore 22:36

Felicità perché domani vado dalla mia amica Francy a Viterbo, rabbia contro Trenitalia e i suoi consueti ritardi, dubbi sull'esito di un esame universitario perché devo aspettare fino al 18 per sapere com'è andato, ansia per il nuovo anno di corso di scrittura creativa, assieme a tre persone sconosciute, nostalgia dei miei compagni dell'anno scorso...

Vado su e giù, dal cielo alla terra, sorrido con gli occhi bagnati di lacrime...

Vi saluto e ci rivediamo lunedì.

Un bacio e buon fine settimana,

Claudia

sognatricenata
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categoria : saluti, scrittura creativa, stati danimo

martedì, 01 luglio 2008, ore 15:26

Salve a tutti!!! Ultimamente ho passato due bellissime serate e voglio parlarne anche con voi.

Domenica, festa finale del corso di scrittura (anche se stasera ci rivediamo per un'ultima lezione informale e i saluti, già mi commuovo)... va beh, ma parliamo della festa.

C'erano i miei compagni di corso e quelli degli anni successivi: ognuno con un racconto oppure tre poesie, ispirate al mondo delle fiabe, quindi alla fantasia: io avevo quello del concorso.

Chi voleva poteva salire sul palco a leggere la sua opera, altrimenti la leggeva l'attore (bravissimo, tra l'altro) e io non ho avuto il coraggio di affrontare la platea; mi è davvero piaciuta la lettura, sentire il proprio racconto recitato è emozionantissimo.

Dopo la lettura c'è stato un piccolo rinfresco e il mio dolce al cioccolato è piaciuto parecchio.

Come dite? La ricetta? Mo non ho voglia, aspettate fiduciosi però.

Ieri sera, invece, premiazione del concorso letterario: il mio racconto è stato letto (wow, due sere di seguito) per intero e ho ricevuto applausi e complimenti, nonché un libro Slow Food, la tessera della biblioteca e dieci ingressi omaggio per il Megacine.

Tra caldo e adrenalina, non dormo molto ultimamente, ma sono felice.

E stasera esco coi compagni di corso: le emozioni non finiscono mai!

Spero di avervi trasmesso un po' della mia felicità.

Un mega bacio,

Claudia

sognatricenata
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categoria : vita vissuta, concorsi, scrittura creativa, stati danimo

mercoledì, 18 giugno 2008, ore 14:30

Ore 12,40 circa, suona il cellulare.

-Pronto?

-Buongiorno, sono XXX, parlo con Claudia?

-Sì.

-Voglio annunciarle che è la prima classifcata al concorso XXX...

Una telefonata forse non allunga la vita ma migliora la giornata.

Il racconto è lunghetto, ma l'ho postato qui: spero abbiate voglia di leggerlo.

Baciotti,

Claudia

 

sognatricenata
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categoria : racconti, concorsi, scrittura creativa

martedì, 17 giugno 2008, ore 12:07

Un raccontino tutto per voi, pubblicato sul blog Ascolta l'infinito: potrebbe (e dico potrebbe) essere inserito nel mio romanzo, se, quando e come mai riuscirò a finirlo e pubblicarlo.

La strega Sycorax.

L’antro era basso e buio: la ragazza fu costretta a abbassare la testa per riuscire a entrare; il fumo che impregnava l’aria la fece tossire e dovette sbattere le palpebre più volte per abituarsi all’oscurità. A poco a poco riuscì a scorgere i contorni dell’arredamento della grotta: un tavolo di pietra e due sedie in legno, divorate dai tarli; un mobile pieno di vecchi libri polverosi e altre carabattole apparentemente senza valore.

Clicca qui per continuare a leggere.

baciniiiii,

Claudia

ps: non so chi di voi l'abbia notato, ma Sycorax è la strega della Tempesta di Shakespeare: voluto omaggio al grande Poeta.

sognatricenata
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categoria : racconti, scrittura creativa, blog ascolta linfinito

lunedì, 12 maggio 2008, ore 00:09

Emma si alzò e uscì dallo studio: la segretaria la accolse con un gran sorriso, mormorandole:

“Sono 150 euro, signora.”

“150? Ma la pubblicità diceva offerta libera… io ne ho solo 70.”
”Ok, per stavolta va bene così. E’ offerta libera per chi viene solo per un consulto, ma Maga Lola l’ha fatta parlare con suo marito, quindi c’è la tariffa di 150 euro.”

Emma provò a ribattere, ma la segretaria non stava più ascoltando: pagò e uscì dallo studio delusa, ripetendo a se stessa che non sarebbe più tornata da quella ciarlatana.

 

Ma non fu così: le visite si ripetevano con cadenza settimanale e le richieste di denaro erano sempre più esose: ogni volta Maga Lola le diceva qualcosa di più: spesso le telefonava anche a casa per dirle che Vittorio le era apparso in sogno. Erano passati alcuni mesi: Emma si stava rovinando, ma non diceva a nessuno cosa stesse facendo.

 

“Emma, ma da quant’è che non vieni a trovare la tua amica Giacomina. Credo che tu ce l’hai con me, ma non so perché. Non credo che t’ho fatto qualcosa di male. Me sono vecchia e ignorante ma non sono cattiva.” quella mattina di fine estate Giacomina, in lacrime, si presentò dalla sua vecchia amica, che da settimane non la andava più a trovare, perché voleva risparmiare anche quei pochi euro che le due donne spendevano per i  pranzetti, il caffè buono, i cioccolatini che erano il loro unico vizio.

“No, non ce l’ho con te… è che ho da fare” rispose bruscamente Emma, sentendosi in colpa: Giacomina non c’entrava nulla con i suoi problemi.

“E via, cosa c’avrai mai tanto da fare? Me son vecchia, ma anche te… non è che c’hai qualche nuova amica? O un amico?”

“Un amico? Ma che stai dicendo?”

 

Giacomina alzò le spalle e disse che sarebbe tornata a casa, visto che lì non era gradita: Emma la chiamò, la fece entrare e le disse tutto della Maga Lola, compreso il fatto che stava andando in rovina: Giacomina le disse che quella era una che fregava i scemi come lei che credevano a quelle cavolate e che…. Non fece in tempo a finire la frase perché Emma la cacciò di casa.

La povera donna ricominciò a piangere disperata, poi prese una decisione: avrebbe salvato la sua amica, anche se ancora non sapeva come, poi l’abitudine di vedere la tv le fece venire l’idea giusta.

 

Grazie a lei, la sedicente maga venne arrestata pochi giorni dopo dalla polizia che ascoltava tramite auricolare, Lola che parlava con il fratello morto della stessa Giacomina. Tutti la sentirono giurare che il defunto era proprio davanti a lei e le stava raccontando di quando lui e la sorella erano andati a raccogliere mele e lui era caduto dall’albero: strano caso, era proprio l’episodio che Giacomina, con dovizia di particolari, aveva riferito alla signora che era seduta accanto a lei in sala d’attesa.

 

 Per Lola le accuse furono di truffa, circonvenzione di incapace e evasione fiscale: anche la segretaria finì in prigione e  le vittime furono in parte risarcite.

 

“Ma come hai fatto a capire che diceva il falso?” chiese Emma all’amica, mentre prendevano una cioccolata con panna nel bar più esclusivo della città, per festeggiare l’evento.

“E chi ce l’ha mai avuto un fratello?” rispose Giacomina, prima di venire presa da un attacco di ridarella: e questa volta la ridarella contagiò anche Emma: gli altri clienti e i camerieri le guardarono stupiti, ma più di uno si ritrovò a ridere senza motivo.

 

Le due amiche uscirono a braccetto dal bar: da quel giorno, se Emma aveva voglia di parlare con Vittorio, andava al cimitero o guardava la foto.

Baci,

Claudia

sognatricenata
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categoria : racconti a puntate, scrittura creativa

sabato, 10 maggio 2008, ore 00:43

“Ciao, Giacomina, hai sentito che temporale stanotte?”

“Ma che temporale, me la notte dormo e comunque mica c’ho paura dei tuoni. Ma figurati, me non c’ho paura di niente. Se sarei stata una fifona, in quel campo di concentrazione ci morivo. Te n’ho mai parlato?”

“Sì, almeno mille volte: e comunque è campo di concentramento, non di concentrazione.”

“Ma è uguale…”
”Va beh, Giacomina. Volevo chiederti una cosa: che ne pensi di quelli che parlano coi morti?”
” Che? No, io penso che i morti vadino lasciati in pace, non ci dobbiamo rompere le scatole, ai morti.”

“Ma secondo te è possibile parlare con loro?”

“ E cosa te ne frega? Hai rotto tanto le scatole a tuo marito da vivo, vuoi rompercele anche da morto? E per dirci cosa? E come fai a parlarci, ci telefoni?”

Giacomina iniziò a ridere della sua battuta e rise così di gusto che quasi si strozzò: Emma dovette calmarla in fretta per evitare il peggio: l’amica, con le lacrime agli occhi dal gran ridere, le disse:
”Aaaah, volevi farmi morire per parlare con me. Bell’amica!” e riprese a sghignazzare.

Emma la lasciò sola nel suo delirio e andò in cucina a preparare il pranzo, che fu tempestato dalle risate di Giacomina, risate che la irritarono oltremodo: non riusciva a capire cosa l’amica ci trovasse di così divertente, in quella battuta stupida: ma quando a Giacomina prendeva la ridarella, non c’era niente da fare, solo aspettare che le passasse.

Dopo pranzo, Emma lasciò la casa dell’amica, che non riusciva più a tenere gli occhi aperti, anche a causa delle risate (ridere così esageratamente la riduceva a uno straccio), prese due autobus per attraversare la città e andare da Maga Lola.

La sala d’attesa era una stanza piccola, umida e buia, con comode sedie di legno, alluminio, plastica: alle pareti c’erano foto della maga con i suoi “miracolati”, crocifissi, immagini di Santi, collane d’aglio, ferri di cavallo, amuleti di ogni genere: sacro e profano convivevano allegramente. Un forte odore d’incenso mascherava la puzza dell’aglio: c’era uno stereo accese, dal quale uscivano, alternativamente, canzoni di chiesa, suoni della natura, nenie indiane e canzoni di Nilla Pizzi: chissà, forse era la cantante preferita di Lola.

Dovette aspettare a lungo: nel frattempo chiacchierò con le altre persone e accettò biscotti e the verde dal sapore indefinibile dalla segretaria della maga.

Finalmente giunse il suo turno: lo studio di Maga Lola era minuscolo: la parete di fronte alla porta era completamente coperta da un armadio che doveva avere, a occhio e croce, almeno cento anni. La maga, dando le spalle all’armadio, era seduta su una poltrona rossa: il tavolo era piccolo, scuro e ricoperto di ogni genere di cianfrusaglie. Lola fece accomodare Emma su una poltroncina viola e le disse di concentrarsi, di respirare a fondo e finalmente le chiese:

“Chi sei, caaaraaaa? Maga Lola ti aiutaaaa, qualunque sia il probleeeema.”

“Sono Emma, ho telefonato stanotte, mi hai detto che hai visto mio marito.”

“Caaaaraaaa, mi ricordo non bene ma beniiiissiiimoooo. Il tuo bel mariiito… Valerio, mi paaareee.”
”No, Vittorio.”
”Seeeei sicuuuraaaaa? Io ho davanti un bell’uomo di nome Vaaaleeeriiooo…”

“Si chiamava Vittorio… forse Valerio era un nome che gli piaceva, non saprei.”
”Saaarà cosìììì, cariiiissiiimaaaa… Maga Lola non sbaglia mai. Comunque Vittorio è qui. Dice che è triste perché tu sei triiiisteeee e che deve dirti una coooosaaaa, ma non ora, perché deve andaaaareeeee.”

“Ma come, deve andare? E io?”
”Tornaaa preeeesto, caaaaraaaa. Maga Lola è seeeempre qui.”

(continua)

Claudia

sognatricenata
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categoria : racconti a puntate, scrittura creativa

giovedì, 08 maggio 2008, ore 18:49

“Avete perso qualcuno? Maga Lola parla con l’aldilà, è tuuutto vero. Io vedo i morti, ci parlo, fidatevi di Maga Lola. Ma guardate, abbiamo già una telefonata in linea. Pronto, teeeesooro, chi sei?”

“Maga Lola, ciao sono Antonella.”

“Ciaoooo Antonella, dì pure tutto alla Maga Lola.”
”Ecco, vedi, io… ho perso il mio bambino, un anno fa. Aveva solo dieci mesi stava imparando a stare in piedi…. Mi sono distratta, è caduto e…. “ la voce di Antonella s’interruppe, la donna stava piangendo.

“Caaara, caaara, non piangere… Maga Lola ora si concentra… ecco, vedo, vedo… vedo… un bambino piccolo, ma quant’è cariiinoooo!”

“Oh, sì, era proprio bello. E dimmi, come sta?”

“Mah, mi sembra triste. Ma non posso dirti di più, teeesorooo. Passa da me in studio, un giorno di questi.”

 

E così le telefonate si susseguirono: Franco voleva parlare con la moglie morta dieci giorni prima,  Angela con la madre, Rosalba col fidanzato. Come in trance, Emma prese il telefono, compose il numero e riuscì a prendere quasi subito la linea.

 

“Prooonto, chi vuole parlare con Maga Lola?”

“Sono Emma…”
”Eeeemmmaaa caaaraaa, dì tutto alla Lola, che vede passato, presente e futuro. Sei moooolto triste, lo sento.”
”Sì, Lola, sono vedova da un mese, mi manca tanto il mio Vittorio.”
”Oooooh, come mi dispiaaaceeee… aspetta, aspetta che Lola guarda. Uhhhh sì, c’è proprio un uomo, qui vicino a me. Che bell’uoooomooooo…”

“Eh, era davvero bello, il mio Vittorio. Ha un messaggio per me?”

“Ma caaaaraaaa, mica vorrai che lo dica qui, davanti a tuuuutti??? Noooo, devi passare da meeee in studio, va beeeeeneeee?”

“Va bene, vengo prima possibile.”

 

Emma spense la televisione e tornò a dormire, felice, perché presto avrebbe parlato di nuovo con il suo Vittorio: si alzò tardi rispetto al solito e a pranzo andò dalla vicina di casa, la signora Giacomina, che era sola come lei, vedova e con un figlio lontano. Quelle erano le uniche cose che le accomunavano: Emma da ragazza aveva studiato, era maestra elementare, aveva letto moltissimi libri e parlava un italiano perfetto. Giacomina, al contrario, non era mai andata a scuola, sapeva a malapena leggere e scrivere e infarciva i suoi discorsi di strafalcioni grammaticali che facevano rabbrividire Emma, la quale però, dopo anni di lotte inutili, aveva smesso quasi del tutto di correggerla.

(continua)

baci,

Claudia
sognatricenata
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categoria : racconti a puntate, scrittura creativa

mercoledì, 07 maggio 2008, ore 19:39

Vi propongo un racconto scritto qualche tempo fa per il corso di scrittura creativa: siccome è un po' lungo, lo metterò a puntate.

Ecco la prima.

Un tuono improvviso fece tremare il vetro della finestra: Emma si svegliò dal suo sonno agitato, col cuore che batteva fortissimo: aveva sempre avuto paura dei temporali e non aveva mai dormito da sola, nelle notti di tempesta. Da bambina scappava nel lettone dei genitori: diventata troppo grande per quel tipo di rifugio, si stringeva alla sorella, con la quale divise la camera fino al giorno del suo matrimonio: da quel momento accanto a lei ci fu Vittorio, pronto a accoglierla tra le braccia quando impazzavano lampi e tuoni.

Emma allungò il braccio, ma Vittorio non c’era: il pensiero corse a una notte di pochi mesi prima (anche allora si stava scatenando un violento temporale) quando non aveva trovato il marito nel letto perché s’era sentito male in bagno. Da un mese Vittorio era morto, portato via in poche settimane da una malattia incurabile: da quel giorno la donna dormiva sola nell’immenso letto matrimoniale… o meglio, passava le notti girandosi e rigirandosi tra le lenzuola che sembravano pesare come macigni, senza riuscire a dormire per più di un’ora di seguito. Era difficile, a quasi ottantadue anni, abituarsi alla solitudine, per lei che era cresciuta in una famiglia numerosa: zii, cugini, nonni, amici di famiglia dividevano con lei, la sorella, il fratello e i genitori la bella casa di campagna in cui aveva passato infanzia e adolescenza. Quando s’era sposata aveva deciso, in accordo con Vittorio, di avere almeno tre figli, ma purtroppo ne era arrivato solo uno: per fortuna c’erano i cuginetti, che spesso si fermavano a dormire col suo unico bambino, tanto bello quanto ombroso e desideroso di stare per i fatti suoi. Marcello non le aveva dato la gioia di diventare nonna, perché a vent’anni era entrato in seminario, diventando prete e scegliendo in seguito di dedicarsi alla missioni: tornava raramente a casa: era venuto per il funerale di Vittorio, ma pochi giorni dopo era nuovamente partito per il Sud America. Emma soffriva tantissimo per questo motivo e la sua sofferenza era aumentata dal fatto che la sorella le diceva che la colpa era solo sua, perché era stata una madre troppo apprensiva con Marcello.

Le lacrime iniziarono a scenderle prepotentemente sul volto, per cui decise di alzarsi, tanto non sarebbe riuscita a riprendere sonno: l’orologio segnava le 3.

“Accidenti, quant’è ancora lontana l’alba!”

Barcollando leggermente, andò in sala e accese la tv: repliche di vecchi programmi, pubblicità, donne seminude che invitavano a telefonare, ancora pubblicità, una maga…

(continua...)

Poi, vi segnalo che sul blog Ascolta l'infinito c'è qualcosa di mio che vi aspetta...

Baci,

Claudia

sognatricenata
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