Emma si alzò e uscì dallo studio: la segretaria la accolse con un gran sorriso, mormorandole:
“Sono 150 euro, signora.”
“150? Ma la pubblicità diceva offerta libera… io ne ho solo 70.”
”Ok, per stavolta va bene così. E’ offerta libera per chi viene solo per un consulto, ma Maga Lola l’ha fatta parlare con suo marito, quindi c’è la tariffa di 150 euro.”
Emma provò a ribattere, ma la segretaria non stava più ascoltando: pagò e uscì dallo studio delusa, ripetendo a se stessa che non sarebbe più tornata da quella ciarlatana.
Ma non fu così: le visite si ripetevano con cadenza settimanale e le richieste di denaro erano sempre più esose: ogni volta Maga Lola le diceva qualcosa di più: spesso le telefonava anche a casa per dirle che Vittorio le era apparso in sogno. Erano passati alcuni mesi: Emma si stava rovinando, ma non diceva a nessuno cosa stesse facendo.
“Emma, ma da quant’è che non vieni a trovare la tua amica Giacomina. Credo che tu ce l’hai con me, ma non so perché. Non credo che t’ho fatto qualcosa di male. Me sono vecchia e ignorante ma non sono cattiva.” quella mattina di fine estate Giacomina, in lacrime, si presentò dalla sua vecchia amica, che da settimane non la andava più a trovare, perché voleva risparmiare anche quei pochi euro che le due donne spendevano per i pranzetti, il caffè buono, i cioccolatini che erano il loro unico vizio.
“No, non ce l’ho con te… è che ho da fare” rispose bruscamente Emma, sentendosi in colpa: Giacomina non c’entrava nulla con i suoi problemi.
“E via, cosa c’avrai mai tanto da fare? Me son vecchia, ma anche te… non è che c’hai qualche nuova amica? O un amico?”
“Un amico? Ma che stai dicendo?”
Giacomina alzò le spalle e disse che sarebbe tornata a casa, visto che lì non era gradita: Emma la chiamò, la fece entrare e le disse tutto della Maga Lola, compreso il fatto che stava andando in rovina: Giacomina le disse che quella era una che fregava i scemi come lei che credevano a quelle cavolate e che…. Non fece in tempo a finire la frase perché Emma la cacciò di casa.
La povera donna ricominciò a piangere disperata, poi prese una decisione: avrebbe salvato la sua amica, anche se ancora non sapeva come, poi l’abitudine di vedere la tv le fece venire l’idea giusta.
Grazie a lei, la sedicente maga venne arrestata pochi giorni dopo dalla polizia che ascoltava tramite auricolare, Lola che parlava con il fratello morto della stessa Giacomina. Tutti la sentirono giurare che il defunto era proprio davanti a lei e le stava raccontando di quando lui e la sorella erano andati a raccogliere mele e lui era caduto dall’albero: strano caso, era proprio l’episodio che Giacomina, con dovizia di particolari, aveva riferito alla signora che era seduta accanto a lei in sala d’attesa.
Per Lola le accuse furono di truffa, circonvenzione di incapace e evasione fiscale: anche la segretaria finì in prigione e le vittime furono in parte risarcite.
“Ma come hai fatto a capire che diceva il falso?” chiese Emma all’amica, mentre prendevano una cioccolata con panna nel bar più esclusivo della città, per festeggiare l’evento.
“E chi ce l’ha mai avuto un fratello?” rispose Giacomina, prima di venire presa da un attacco di ridarella: e questa volta la ridarella contagiò anche Emma: gli altri clienti e i camerieri le guardarono stupiti, ma più di uno si ritrovò a ridere senza motivo.
Le due amiche uscirono a braccetto dal bar: da quel giorno, se Emma aveva voglia di parlare con Vittorio, andava al cimitero o guardava la foto.
Baci,
Claudia
“Ciao, Giacomina, hai sentito che temporale stanotte?”
“Ma che temporale, me la notte dormo e comunque mica c’ho paura dei tuoni. Ma figurati, me non c’ho paura di niente. Se sarei stata una fifona, in quel campo di concentrazione ci morivo. Te n’ho mai parlato?”
“Sì, almeno mille volte: e comunque è campo di concentramento, non di concentrazione.”
“Ma è uguale…”
”Va beh, Giacomina. Volevo chiederti una cosa: che ne pensi di quelli che parlano coi morti?”
” Che? No, io penso che i morti vadino lasciati in pace, non ci dobbiamo rompere le scatole, ai morti.”
“Ma secondo te è possibile parlare con loro?”
“ E cosa te ne frega? Hai rotto tanto le scatole a tuo marito da vivo, vuoi rompercele anche da morto? E per dirci cosa? E come fai a parlarci, ci telefoni?”
Giacomina iniziò a ridere della sua battuta e rise così di gusto che quasi si strozzò: Emma dovette calmarla in fretta per evitare il peggio: l’amica, con le lacrime agli occhi dal gran ridere, le disse:
”Aaaah, volevi farmi morire per parlare con me. Bell’amica!” e riprese a sghignazzare.
Emma la lasciò sola nel suo delirio e andò in cucina a preparare il pranzo, che fu tempestato dalle risate di Giacomina, risate che la irritarono oltremodo: non riusciva a capire cosa l’amica ci trovasse di così divertente, in quella battuta stupida: ma quando a Giacomina prendeva la ridarella, non c’era niente da fare, solo aspettare che le passasse.
Dopo pranzo, Emma lasciò la casa dell’amica, che non riusciva più a tenere gli occhi aperti, anche a causa delle risate (ridere così esageratamente la riduceva a uno straccio), prese due autobus per attraversare la città e andare da Maga Lola.
La sala d’attesa era una stanza piccola, umida e buia, con comode sedie di legno, alluminio, plastica: alle pareti c’erano foto della maga con i suoi “miracolati”, crocifissi, immagini di Santi, collane d’aglio, ferri di cavallo, amuleti di ogni genere: sacro e profano convivevano allegramente. Un forte odore d’incenso mascherava la puzza dell’aglio: c’era uno stereo accese, dal quale uscivano, alternativamente, canzoni di chiesa, suoni della natura, nenie indiane e canzoni di Nilla Pizzi: chissà, forse era la cantante preferita di Lola.
Dovette aspettare a lungo: nel frattempo chiacchierò con le altre persone e accettò biscotti e the verde dal sapore indefinibile dalla segretaria della maga.
Finalmente giunse il suo turno: lo studio di Maga Lola era minuscolo: la parete di fronte alla porta era completamente coperta da un armadio che doveva avere, a occhio e croce, almeno cento anni. La maga, dando le spalle all’armadio, era seduta su una poltrona rossa: il tavolo era piccolo, scuro e ricoperto di ogni genere di cianfrusaglie. Lola fece accomodare Emma su una poltroncina viola e le disse di concentrarsi, di respirare a fondo e finalmente le chiese:
“Chi sei, caaaraaaa? Maga Lola ti aiutaaaa, qualunque sia il probleeeema.”
“Sono Emma, ho telefonato stanotte, mi hai detto che hai visto mio marito.”
“Caaaaraaaa, mi ricordo non bene ma beniiiissiiimoooo. Il tuo bel mariiito… Valerio, mi paaareee.”
”No, Vittorio.”
”Seeeei sicuuuraaaaa? Io ho davanti un bell’uomo di nome Vaaaleeeriiooo…”
“Si chiamava Vittorio… forse Valerio era un nome che gli piaceva, non saprei.”
”Saaarà cosìììì, cariiiissiiimaaaa… Maga Lola non sbaglia mai. Comunque Vittorio è qui. Dice che è triste perché tu sei triiiisteeee e che deve dirti una coooosaaaa, ma non ora, perché deve andaaaareeeee.”
“Ma come, deve andare? E io?”
”Tornaaa preeeesto, caaaaraaaa. Maga Lola è seeeempre qui.”
(continua)
Claudia
“Avete perso qualcuno? Maga Lola parla con l’aldilà, è tuuutto vero. Io vedo i morti, ci parlo, fidatevi di Maga Lola. Ma guardate, abbiamo già una telefonata in linea. Pronto, teeeesooro, chi sei?”
“Maga Lola, ciao sono Antonella.”
“Ciaoooo Antonella, dì pure tutto alla Maga Lola.”
”Ecco, vedi, io… ho perso il mio bambino, un anno fa. Aveva solo dieci mesi stava imparando a stare in piedi…. Mi sono distratta, è caduto e…. “ la voce di Antonella s’interruppe, la donna stava piangendo.
“Caaara, caaara, non piangere… Maga Lola ora si concentra… ecco, vedo, vedo… vedo… un bambino piccolo, ma quant’è cariiinoooo!”
“Oh, sì, era proprio bello. E dimmi, come sta?”
“Mah, mi sembra triste. Ma non posso dirti di più, teeesorooo. Passa da me in studio, un giorno di questi.”
E così le telefonate si susseguirono: Franco voleva parlare con la moglie morta dieci giorni prima, Angela con la madre, Rosalba col fidanzato. Come in trance, Emma prese il telefono, compose il numero e riuscì a prendere quasi subito la linea.
“Prooonto, chi vuole parlare con Maga Lola?”
“Sono Emma…”
”Eeeemmmaaa caaaraaa, dì tutto alla Lola, che vede passato, presente e futuro. Sei moooolto triste, lo sento.”
”Sì, Lola, sono vedova da un mese, mi manca tanto il mio Vittorio.”
”Oooooh, come mi dispiaaaceeee… aspetta, aspetta che Lola guarda. Uhhhh sì, c’è proprio un uomo, qui vicino a me. Che bell’uoooomooooo…”
“Eh, era davvero bello, il mio Vittorio. Ha un messaggio per me?”
“Ma caaaaraaaa, mica vorrai che lo dica qui, davanti a tuuuutti??? Noooo, devi passare da meeee in studio, va beeeeeneeee?”
“Va bene, vengo prima possibile.”
Vi propongo un racconto scritto qualche tempo fa per il corso di scrittura creativa: siccome è un po' lungo, lo metterò a puntate. 
Ecco la prima.
Un tuono improvviso fece tremare il vetro della finestra: Emma si svegliò dal suo sonno agitato, col cuore che batteva fortissimo: aveva sempre avuto paura dei temporali e non aveva mai dormito da sola, nelle notti di tempesta. Da bambina scappava nel lettone dei genitori: diventata troppo grande per quel tipo di rifugio, si stringeva alla sorella, con la quale divise la camera fino al giorno del suo matrimonio: da quel momento accanto a lei ci fu Vittorio, pronto a accoglierla tra le braccia quando impazzavano lampi e tuoni.
Emma allungò il braccio, ma Vittorio non c’era: il pensiero corse a una notte di pochi mesi prima (anche allora si stava scatenando un violento temporale) quando non aveva trovato il marito nel letto perché s’era sentito male in bagno. Da un mese Vittorio era morto, portato via in poche settimane da una malattia incurabile: da quel giorno la donna dormiva sola nell’immenso letto matrimoniale… o meglio, passava le notti girandosi e rigirandosi tra le lenzuola che sembravano pesare come macigni, senza riuscire a dormire per più di un’ora di seguito. Era difficile, a quasi ottantadue anni, abituarsi alla solitudine, per lei che era cresciuta in una famiglia numerosa: zii, cugini, nonni, amici di famiglia dividevano con lei, la sorella, il fratello e i genitori la bella casa di campagna in cui aveva passato infanzia e adolescenza. Quando s’era sposata aveva deciso, in accordo con Vittorio, di avere almeno tre figli, ma purtroppo ne era arrivato solo uno: per fortuna c’erano i cuginetti, che spesso si fermavano a dormire col suo unico bambino, tanto bello quanto ombroso e desideroso di stare per i fatti suoi. Marcello non le aveva dato la gioia di diventare nonna, perché a vent’anni era entrato in seminario, diventando prete e scegliendo in seguito di dedicarsi alla missioni: tornava raramente a casa: era venuto per il funerale di Vittorio, ma pochi giorni dopo era nuovamente partito per il Sud America. Emma soffriva tantissimo per questo motivo e la sua sofferenza era aumentata dal fatto che la sorella le diceva che la colpa era solo sua, perché era stata una madre troppo apprensiva con Marcello.
Le lacrime iniziarono a scenderle prepotentemente sul volto, per cui decise di alzarsi, tanto non sarebbe riuscita a riprendere sonno: l’orologio segnava le 3.
“Accidenti, quant’è ancora lontana l’alba!”
Barcollando leggermente, andò in sala e accese la tv: repliche di vecchi programmi, pubblicità, donne seminude che invitavano a telefonare, ancora pubblicità, una maga…
(continua...)
Poi, vi segnalo che sul blog Ascolta l'infinito c'è qualcosa di mio che vi aspetta... 
Baci,
Claudia