La frase è di James Russell Lowell e l'ho voluta mettere come titolo perché tempo fa avevo deciso di non postare più racconti miei, ma oggi ve ne voglio regalare uno... prima o poi comparirà in un'antologia legata al concorso a cui ha partecipato e mi fa piacere che voi lo leggiate.
bacini,
Claudia
IL TUFFO
Da dieci anni Barbara aveva lasciato la sua città, La Spezia ( si era resa conto di essere diventata una forestiera quando aveva iniziato a usare quell’articolo che i suoi concittadini omettevano), per andare a vivere a Torino, dove aveva studiato e trovato lavoro. Era tornata a casa raramente, e sempre per brevi periodi, perché ormai la sua vita era altrove; a Torino aveva gli amici, il fidanzato, un appartamento in affitto vicino al centro. Ma negli ultimi tempi le cose erano peggiorate: la storia con Roberto era finita e Barbara aveva perso il lavoro, così aveva deciso di tornare nella casa dove era cresciuta.
Era arrivata in città in una sera primaverile, col treno: passata Genova, Barbara aveva trascorso il tempo guardando gli spicchi di mare che sbucavano tra le gallerie, con l’avidità e la curiosità dei turisti che si chiamavano l’un l’altro, cercando di fotografare quegli squarci di blu incastonati tra il verde degli alberi. I suoi genitori erano andati a prenderla in stazione, emozionatissimi all’idea che la loro “bambina” fosse di nuovo con loro; durante il tragitto verso casa non avevano smesso di parlare, mentre lei guardava dal finestrino la sua città, sempre uguale ma allo stesso tempo cambiata nel corso degli anni: le rotonde, qualche nuovo locale, le palme del lungomare, l’inconfondibile sagoma della Cattedrale.
Per cena c’erano la pizza e la farinata della Pia: Barbara aveva mangiato lentamente, assaporando quei cibi che le ricordavano la sua infanzia e la sua adolescenza, poi era andata a letto presto, con la scusa della stanchezza.
In realtà voleva sfuggire alle domande dei genitori sul motivo della sua magrezza e sull’assenza di Roberto: inoltre, sentiva il desiderio di stare sola a pensare al tempo che, in quella casa, sembrava non essere passato.
Certo, i suoi genitori erano invecchiati: i capelli del papà erano ingrigiti, il viso della mamma solcato da rughe, ma i mobili scuri della sala erano sempre gli stessi, così come le lunghe tende chiare, i gerani colorati sul balcone, i barattoli del caffè e dello zucchero, bianchi con le scritte rosse, allineati sulla mensola della cucina.
Nella sua camera c’erano i libri del liceo, le foto del diciottesimo compleanno, con la chiesa di Portovenere sullo sfondo, le cartoline della vacanza a Londra, il copriletto a fiorellini, le lenzuola odorose di bucato
Era rimasta sveglia a lungo, fissando il soffitto alla pallida luce dei lampioni della strada (aveva l’abitudine di lasciare la tapparella leggermente alzata) e ripensando agli anni passati lontano dalla sua città, ricordandone il vento, i mugugni dei cittadini, i lunghi viali alberati e le montagne che si tuffavano in mare.
L’indomani Barbara era stata svegliata dal cinguettio degli uccellini; non erano ancora le sette e lei era rimasta a letto, ascoltando i rumori della mattina: le auto che passavano, i genitori che si preparavano per andare al lavoro, i tacchi della signora del piano di sopra, un cane che abbaiava.
Si era riaddormentata e quando aveva riaperto gli occhi erano da poco passate le nove: si era alzata e aveva aperto la finestra, guardando il giardino condominiale: le foglie degli alberi dondolavano pigramente al dolce vento di marzo mentre un gatto bianco e nero si lasciava accarezzare dai primi, tiepidi raggi di sole.
Aveva respirato a fondo, si era concessa una lunga doccia calda ed era andata a fare colazione: la madre era uscita presto per comprarle la sua focaccia preferita, quella molto unta e con i pomodorini sopra.
Sapendo che i genitori non sarebbero tornati dal lavoro che nel tardo pomeriggio, Barbara aveva deciso di uscire: sapeva già quale sarebbe stata la sua prima meta: Portovenere!
L’aveva deciso la sera prima, guardando le vecchie foto e sfogliando il diario segreto della sua adolescenza, tra le cui pagine aveva ritrovato vecchi biglietti dell’autobus, petali di rose rosse, foglie dai caldi colori autunnali e carte di caramelle.
Le pagine, decorate con cuori colorati, erano ricoperte di scritte di ogni tipo: testi di canzoni, brevi riflessioni, il nome del suo primo amore a caratteri cubitali ( ogni lettera scritta in un colore diverso), poesie dai versi traballanti.
Aprendo il diario, Barbara aveva sentito odore di salsedine, di scirocco, di pioggia autunnale: i ricordi le erano piombati addosso all’improvviso, lasciandola confusa, smarrita e felice allo stesso tempo. Mentre l’autobus attraversava la città, lei guardava dal finestrino i portici, gli austeri palazzi del centro, i giardini: poi, fuori città, i paesini, le curve, le salite sulle quali i ciclisti arrancavano faticosamente, le piccole case colorate, le donne anziane cariche di borse della spesa e malferme sulle gambe, qualche turista rimasto a bocca aperta all’arrivo nel vecchio borgo.
Quasi correndo, Barbara si era diretta verso la grotta Byron: il vento le agitava i capelli, il rumore delle onde accompagnava i suoi passi frettolosi.
Appena entrata nella grotta, aveva respirato l’odore del mare, del suo mare dalle mille sfumature dell’azzurro e del blu, lasciando che il libeccio la avvolgesse nel suo abbraccio: a un tratto le era tornato in mente il ricordo lontano di un giorno d’estate: il tuffo!
Aveva diciotto anni ed era andata al mare con le sue amiche: loro solitamente si recavano all’Ulivo, ma quel giorno la destinazione era cambiata: grotta Byron, meta di turisti che amavano sentir raccontare la storia del grande poeta inglese che aveva nuotato tra Portovenere e Lerici, e di spericolati che cercavano l’ebbrezza di tuffarsi da picchi altissimi.
In grotta le ragazze si erano incontrate con altri amici, esaltati perché si erano tuffati da sette metri: all’inizio Barbara non voleva essere coinvolta in una simile follia, poi Martina l’aveva convinta.
Insieme avevano prima nuotato per un breve tratto, poi si erano arrampicate sullo scoglio, rischiando di scivolare a ogni passo, continuando a ridere e scherzare per non pensare al rischio che correvano. Arrivate in cima si erano appoggiate alla parete di roccia, rimanendo mezz’ora lassù, spaventate, accusandosi a vicenda: “Tu mi hai portato qui, no è colpa tua!
Gli amici le incitavano e infine si erano decise: la prima a tuffarsi era stata Martina, poi era toccato a lei che si era lanciata nel vuoto chiudendo gli occhi.
Da sempre, si dice, il sogno dell’uomo è volare: lei aveva davvero volato, spinta dal vento che le fischiava nelle orecchie e dall’entusiasmo della giovinezza; ricordava l’urlo lungo sette metri, la sensazione di onnipotenza e di libertà assoluta, l’impatto con l’acqua, forte ma non doloroso e quindi la discesa verso il fondo, per poi risalire in superficie.
Scendere sott’acqua era stato come morire: il silenzio totale nelle orecchie, il buio, la solita paura di non riuscire a risalire, il timore che non le bastasse il fiato: poi, finalmente, era tornata alla vita e alla luce del sole, alla gioia di un giorno d’estate, a un soffio di scirocco, alle risate di Martina e agli applausi degli amici.
Ricordava il tremito delle mani, il battito accelerato del cuore, la sensazione di aver fatto qualcosa che probabilmente i suoi genitori non avrebbero approvato, qualcosa che tutti ritenevano pericoloso, qualcosa di coraggioso che non avrebbe mai dimenticato.
Chissà, pensava, quanti altri adolescenti, dopo di lei, avevano vissuto le sue stesse emozioni: lo scoglio era ancora lì, battuto dalle onde che alzavano la schiuma; in quel momento c’era solo un gabbiano appollaiato che scrutava il mare alla ricerca di un buon boccone. Barbara era rimasta a osservarlo finché non si era alzato in volo, candido e maestoso, libero e indipendente.
Allora era uscita dalla grotta, facendosi largo tra turisti meravigliati e armati di macchine fotografiche.
Riprendendo la sua passeggiata, pensava ancora a quel tuffo lontano, paragonandolo alla sua decisione di lasciare Spezia, la vita tranquilla, il lavoro nel negozio degli amici di famiglia, per andare incontro all’ignoto, trasferendosi a Torino dove non conosceva nessuno, in una città così diversa dalla sua, con un clima ostile. Ripensava a quante volte aveva rimpianto la dolce brezza delle sue spiagge, il sole caldo, l’azzurro del cielo e del mare.
Sospirando e camminando lentamente, aveva pensato che in quel momento molto probabilmente aveva bisogno del coraggio per un nuovo tuffo nel vuoto, per ritornare, ancora una volta, alla vita.
Ore 12,40 circa, suona il cellulare.
-Pronto?
-Buongiorno, sono XXX, parlo con Claudia?
-Sì.
-Voglio annunciarle che è la prima classifcata al concorso XXX...
Una telefonata forse non allunga la vita ma migliora la giornata.
Il racconto è lunghetto, ma l'ho postato qui: spero abbiate voglia di leggerlo.
Baciotti,
Claudia
Un raccontino tutto per voi, pubblicato sul blog Ascolta l'infinito: potrebbe (e dico potrebbe) essere inserito nel mio romanzo, se, quando e come mai riuscirò a finirlo e pubblicarlo.
La strega Sycorax.
L’antro era basso e buio: la ragazza fu costretta a abbassare la testa per riuscire a entrare; il fumo che impregnava l’aria la fece tossire e dovette sbattere le palpebre più volte per abituarsi all’oscurità. A poco a poco riuscì a scorgere i contorni dell’arredamento della grotta: un tavolo di pietra e due sedie in legno, divorate dai tarli; un mobile pieno di vecchi libri polverosi e altre carabattole apparentemente senza valore.
Clicca qui per continuare a leggere.
baciniiiii,
Claudia
ps: non so chi di voi l'abbia notato, ma Sycorax è la strega della Tempesta di Shakespeare: voluto omaggio al grande Poeta.
In quel mondo e in quel tempo lontano quando le persone morivano, si trasformavano nuovamente in neonati e poi volavano su una nuvoletta, ad aspettare di rinascere ancora.
Clicca per continuare a leggere.
Buonanotte,
Claudia
Questo è un racconto che ho già messo sul blog Ascolta l'infinito (a proposito: se c'è qualcuno/a che vuole partecipare, è invitato/a!
)
E' un po' diverso dai miei soliti racconti, spero lo apprezzerete ugualmente. 
Adele
Non ha avuto una vita facile, Adele: ci pensa mentre, sballottata sullo scomodo sedile dell’autobus, sta andando all’appuntamento con Luigi.
E’ stata una ragazza madre, Adele, che ha cresciuto Margherita, che oggi ha trent’anni, senza nemmeno l’aiuto dei genitori, che non hanno mai accettato quella gravidanza così scandalosa.
Ha lavorato duro, prima come sarta a casa, poi, quando la bimba è cresciuta, come donna delle pulizie, operaia, aiuto cuoca, badante e non ricorda più che altro.
Ora ha cinquant’anni e ne dimostra almeno dieci di più: le sue amiche hanno una linea da top model, girano su tacchi altissimi e fasciate in vestiti da ragazzine, si fanno le iniezioni per le rughe ogni sei mesi e spesso hanno fidanzati o amanti molto più giovani di loro. Cristina ha un figlio di cinque anni (l’età del nipote di Adele), Martina non si è mai sposata, ha fatto carriera e ogni mese cambia uomo, Sabrina è primario di neurologia all’ospedale locale, ha due figli perfetti e un marito che la adora…
Adele non ha più avuto relazioni e ha conosciuto solo dolori: due anni fa la figlia è rimasta vedova ed è tornata a vivere con lei, accompagnata dal piccolo Luca e da una depressione dalla quale sta uscendo solo ora, mentre lei da anni lotta contro una brutta malattia.
La vita è stata ingiusta con Adele e il suo fisico ne ha risentito: il viso è segnato dalle rughe, i capelli sono ingrigiti prematuramente, ma lei non s’è preoccupata di colorarli e il cortisone preso per curarsi l’ha fatta ingrassare: ora è quasi obesa.
Sei mesi fa ha conosciuto Luigi, volontario nell’ospedale dov’era ricoverata: lui ha due anni più di lei, è calvo e ha la pancetta. Le belle amiche di Adele inorridiscono alla sua vista, ma lei ne apprezza il sorriso dolce, gli occhi azzurri e la voce profonda: i due sono usciti qualche volta e un mese prima si sono baciati, lei ricorda anche l’ora in cui è successo: è stato come avere quindici anni, Adele ha sentito le farfalline nello stomaco e ha desiderato che quell’attimo si prolungasse all’infinito. Oggi Luigi le ha chiesto di andare a casa sua: lei è quasi completamente inesperta in fatto di relazioni, ma sa benissimo cosa vuol dire quell’invito e ne è felice, anche se un po’ impaurita. Arriva a casa di Luigi, suona il campanello e lui le apre, un po’ emozionato: vive in un monolocale, pulito e profumato. Adele non sa come succede, ma nel giro di poco tempo si ritrova sdraiata sul letto: Luigi la spoglia con studiata lentezza, baciandole di tanto in tanto gli occhi, le labbra, il collo, giocando coi suoi capelli, stuzzicandola con la lingua, mentre le sue mani indugiano sul seno di Adele, per poi scendere piano piano: ma lei non riesce a rilassarsi completamente perché si vergogna del suo aspetto fisico, del grasso, delle cicatrici lasciate dagli interventi chirurgici, della trascuratezza generale che traspare dal suo corpo: cerca di coprirsi col lenzuolo e l’uomo capisce, quindi si alza per chiudere le persiane, dicendo che la luce del sole lo infastidisce.
I due rimangono nella penombra e finalmente Adele si lascia trasportare: cerca le mani di Luigi per stringerle forte mentre lo bacia con dolcezza e passione, lo spoglia e lo accarezza, appoggia la testa sulla sua spalla mordicchiandolo dolcemente, assaporando quei momenti in cui ci si sente sospesi tra realtà e fantasia, in cui il mondo esterno non esiste: entrambi sospirano, chiudono gli occhi per prolungare le sensazioni, si sussurrano dolci parole, poi i respiri si fanno più affannati, le carezze più audaci, i baci più appassionati: i corpi sudati si muovono l’uno contro l’altro.
“Vuoi fare l’amore?” le mormora Luigi, al culmine dell’eccitazione.
Luigi le tappa la bocca con un lungo bacio, poi riprendono le carezze, sempre più appassionate.
Il piacere esplode nello stesso momento per entrambi, che restano sdraiati l’uno accanto all’altra, gli occhi semichiusi e le mani intrecciate.
“Ti amo, Luigi.”
“Anch’io, Adele.”
Un bacione,
Claudia

... anche se non sembra. 
Per il blog Ascolta l'infinito ho scritto questo raccontino, lo propongo anche a voi sperando vi piaccia. 
Il bambino che cercava la primavera.
Paolino era un bimbo che soffriva molto di raffreddori e febbre: per lui i mesi invernali erano bruttissimi, perché era sempre ammalato. Per questo aspettava con ansia il 21 di marzo, perché iniziava finalmente la primavera e lui smetteva di ammalarsi. La mamma lo portava al parco a scaldarsi ai primi timidi raggi di fine marzo e mentre il vento gli portava il profumo dei fiorellini appena sbocciati Paolino si sentiva felice e spensierato. Quell’anno, però, la primavera sembrava non voler arrivare: la pioggia rigava i vetri della finestra della cameretta di Paolino, che malinconicamente guardava fuori: un forte vento sferzava l’erba del prato sotto casa. Le poche persone che passavano per la strada erano avvolte in pesanti cappotti, con le facce nascoste da grosse sciarpe. I fiori non spuntavano e i rami degli alberi si piegavano fino a terra cercando di resistere al forte vento. Paolino era molto triste e la sua tristezza era aumentata dal fatto che quel giorno la mamma e il papà erano dovuti uscire e lui era solo in casa: all’improvviso decise di uscire per andare a cercare la primavera. Si coprì ben bene, infilandosi anche il nuovissimo impermeabile che gli aveva regalato la zia Dora e inforcò la bicicletta: non sentiva freddo, solo un po’ di paura perché non sapeva dove andare. Si diresse verso la campagna, che distava solo pochi km dalla casa sua ma non c’era traccia della primavera: niente farfalle né fiori colorati, solo alberi spogli e tremanti. Scoraggiato, Paolino abbandonò la bicicletta e si sedette sul ciglio della strada a piangere sotto la pioggia battente.
“Che hai, piccolino? Perché piangi?” chiese una voce dolce a Paolino: egli alzò gli occhi e vide davanti a sé una vecchietta che sembrava uscita da qualche favola.
“Perché non trovo la primavera da nessuna parte.” singhiozzò.
“Sei sicuro?”
“Sì, ho cercato dappertutto.”
“Allora vieni con me.”
La mano rugosa della vecchietta strinse quella morbida del bimbo e i due si avviarono verso il campo.
“Guarda lì, piccolino.”
Dietro a un sasso era nato coraggiosamente un gruppetto di margherite, che Paolino guardò a bocca aperta: poco più avanti c’erano alcune violette che resistevano al vento: un albero cominciava a mettere fuori dei boccioli rosa, mentre sotto il porticato della vecchia casa in cui abitava la signora svolazzava pigra una farfalla multicolore.
“La primavera sta arrivando, tesoro… Ora torna a casa e non dubitare più di lei… ma ti dirò anche un’altra cosa. C’è sempre un po’ di primavera: la trovi nel sorriso della tua mamma, nei giochi che inventa il tuo papà per distrarti quando sei malato, nel fiore che buca la neve, nel raggio di sole che scompiglia le nuvole, nelle parole dei tuoi amici. La primavera è dappertutto, basta cercarla.”
Paolino sorrise alla vecchietta: nel frattempo aveva anche smesso di piovere e il sole bussava timido: il bimbo riprese la bicicletta e tornò a casa felice.
Aveva trovato la primavera.
Bacini,
Claudia
Vi propongo un racconto che ho scritto la settimana scorsa per il blog Ascolta l'infinito.
La stanza è grande, arredata con semplicità: il letto matrimoniale, con le lenzuola candide e profumate di bucato, è moderno e di legno chiaro come i pochi mobili addossati ai muri ricoperti di una carta da parati celestina. Al centro della stanza si trova un tappeto morbido e colorato, che un po’ contrasta con l’arredamento essenziale, ma che al contempo porta una nota vivace. Giulio e Martina entrano tenendosi per mano, lei sussurra qualcosa tra le lacrime che lui asciuga coi suoi baci. Continua a baciarla, Giulio, mentre le toglie il cappotto fuori moda, la sciarpa azzurro cielo e la fa sdraiare: le scosta delicatamente i capelli dal volto e finalmente Martina sorride. Ora non deve più pensare al marito che la picchia, ai figli che la considerano solo una serva e alla vecchia suocera brontolona: ora è tra le braccia di Giulio, che la stringe a sé mormorandole di stare tranquilla, di non affliggersi, di lasciarsi andare. I movimenti si fanno sempre più frenetici, i due si strappano quasi i vestiti di dosso: Martina indugia a lungo sui muscoli perfetti dell’uomo, vergognandosi un po’ della sua cellulite, delle smagliature e della pancetta; Giulio è perfetto, bellissimo, con grandi occhi scuri e riccioli eternamente spettinati che incorniciano un viso dai tratti delicati e un sorriso irresistibile. Martina ha capelli di colore incerto, tra il colore sbagliato e la ricrescita, qualche kg di troppo e una generale trascuratezza, ma tra le braccia dell’uomo si sente ancora bella, ancora desiderabile e si lascia andare, svuotando la mente da pensieri negativi e concentrandosi solo sulle carezze e sulle sensazioni che da tanto tempo non provava più.
Quando finiscono di fare l’amore, i due rimangono sdraiati, l’uno accanto all’altra: Martina giocherella distratta coi riccioli di Giulio che fissa il soffitto.
“Quindi questa è stata l’ultima volta?” Giulio interrompe improvvisamente il silenzio.
“Sì, ho paura che mio marito scopra tutto.”
“L’hai già detto tante volte, poi torni sempre a cercarmi!”
”No, stavolta è davvero l’ultima.”
“Ok, farò finta di crederci. Vado a fare la doccia.”
“Va bene.”
Giulio si alza e si dirige verso il bagno, mentre Martina si riveste in fretta. Si sta facendo tardi e deve tornare al lavoro. Chissà, forse tra qualche giorno tornerà a chiamare Giulio, ma ancora non lo sa.
Prima di uscire, fruga nella borsa e lascia qualcosa sul comodino dell’uomo.
Duecento euro.
Dal momento che è giusto dare a Cesare quel che è di Cesare, confesso di aver rubato l'idea a Alessandra, che spero non mi denunci per plagio. 
Bacini,
Claudia

Stasera alle 18 non sarò al pc, quindi.
Sarà solo una goccia nel mare, ma meglio che niente.
Vi lascio anche un mio raccontino.
Andrea.
Il computer è acceso: il foglio bianco di Word guarda minaccioso il giovane che vi siede davanti, con il capo mollemente appoggiato sulla mano sinistra e lo sguardo perso nel vuoto. Clicca qui per continuare a leggere.
Bacinini,
Claudia
Questo racconto l'ho scritto per il blog Ascolta l'infinito, ma lo riporto anche qui perché è legato anche alla Giornata della memoria, che è un argomento che mi sta molto a cuore.
Sempre sull'argomento mi sta girando per la testa anche una poesia ma per ora non l'ho messa nero su bianco, sono solo sensazioni che vagano per la mia mente.
Buona lettura!!!
Rebecca.
Conobbi Rebecca in un giorno d’inverno del 1942: pioveva e soffiava un gran vento che si insinuava sotto i vestiti, che scompigliava i capelli facendomi lacrimare gli occhi: battevo i denti per il freddo e per la paura. Mi trovavo alla stazione, assieme a tantissime altre persone, uomini e donne, di ogni età: qualcuno piangeva silenziosamente, altri si guardavano intorno con gli occhi spalancati, smarriti. C’era un gruppetto formato da adolescenti: i ragazzi fingevano indifferenza raccontandosi, ad alta voce, improbabili aneddoti amorosi. Alle dieci del mattino ci caricarono tutti su un treno polveroso: destinazione Auschwitz. Non sapevo granché di quel posto, solo che alcuni miei conoscenti erano stati portati lì qualche settimana prima e nessuno ne aveva avuto più notizie. Il viaggio sarebbe durato quattro, anche cinque giorni, nessuno lo sapeva con certezza: i soldati urlavano istruzioni in tedesco che solo in pochi riuscivano a capire. Mi guardavo intorno con curiosità, pensando a cosa sarebbe stato di noi: i miei occhi, piccoli, neri, sfuggenti, incontrarono improvvisamente quelli di Rebecca, grandi, grigi, spauriti e bagnati di lacrime: il cuore mi fece una capriola nel petto e, istintivamente, le sorrisi: timidamente lei ricambiò. Le feci cenno di avvicinarsi: nell’angolino in cui mi ero rifugiato c’era un po’ più di spazio che nel resto del vagone: lei mi raggiunse e, anche se non ci conoscevamo, mi venne spontaneo abbracciarla: la sentivo tremare, così le accarezzai dolcemente i bei riccioli neri. A poco a poco si calmò e iniziammo a parlare: il viaggio fu lungo e faticoso, ma per noi passò quasi velocemente: rimanevamo abbracciati a lungo, a volte senza dire nulla, altre volte raccontandoci le nostre vite, sussurrando per non farci sentire dagli altri. Appena arrivammo al campo, però, fummo divisi brutalmente: ci restò solo il tempo di sfiorarci le labbra: fu un bacio fugace, che mi scaldò il cuore, facendomi al contempo bruciare gli occhi di lacrime salate.
Gli anni nel campo passarono lenti, faticosi, dolorosi: vidi morire tanti amici, io mi salvai solo grazie alla mia capacità di fare mille lavori: pur senza capelli, senza più un nome, pur umiliato, picchiato, pur con un numero tatuato sul braccio, riuscii a sopravvivere: il pensiero di Rebecca mi sosteneva. Quando vennero i Russi a liberarci, corsi come un pazzo nella parte del campo che era riservata alle donne, urlando Rebecca, Rebecca a gran voce: mi risposero sguardi vuoti, occhi impauriti, ma della mia Rebecca nessuna traccia.
Sono passati tantissimi anni, mi sono sposato, ho avuto tre figli, cinque nipoti e da qualche anno sono rimasto vedovo: oggi sono al parco con la mia nipotina più piccola, che ha solo sei anni: stiamo passeggiando, la sua manina paffuta stringe la mia, rugosa e ossuta, quando ad un certo punto mi dice: “ Nonno, c’è la mia compagna di classe Marina, quella che ha la nonna con il numero sul braccio come te.” Odio incontrare ex deportati, si finisce sempre col parlare dei campi di concentramento e a me piace poco, ma mi volto comunque: i miei occhi neri incontrano due occhi grigi e grandi: la donna ha un’espressione seria, ma le sue labbra si aprono in un sorriso. Ed è come se il tempo non fosse mai passato.
baci,
Claudia
Ciao!!!
Oggi vi voglio proporre questa cosina che ho scritto per il corso: ho provato a scrivere una favoletta
.
L'insegnante ci ha dato un incipit da sviluppare come meglio credevamo e mi è venuta questa cosuccia, che spero vi piaccia.
Un bacione a tutti,
Claudia.
Il folletto GianFosco