martedì, 17 giugno 2008, ore 12:07

Un raccontino tutto per voi, pubblicato sul blog Ascolta l'infinito: potrebbe (e dico potrebbe) essere inserito nel mio romanzo, se, quando e come mai riuscirò a finirlo e pubblicarlo.

La strega Sycorax.

L’antro era basso e buio: la ragazza fu costretta a abbassare la testa per riuscire a entrare; il fumo che impregnava l’aria la fece tossire e dovette sbattere le palpebre più volte per abituarsi all’oscurità. A poco a poco riuscì a scorgere i contorni dell’arredamento della grotta: un tavolo di pietra e due sedie in legno, divorate dai tarli; un mobile pieno di vecchi libri polverosi e altre carabattole apparentemente senza valore.

Clicca qui per continuare a leggere.

baciniiiii,

Claudia

ps: non so chi di voi l'abbia notato, ma Sycorax è la strega della Tempesta di Shakespeare: voluto omaggio al grande Poeta.

sognatricenata
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mercoledì, 07 maggio 2008, ore 19:39

Vi propongo un racconto scritto qualche tempo fa per il corso di scrittura creativa: siccome è un po' lungo, lo metterò a puntate.

Ecco la prima.

Un tuono improvviso fece tremare il vetro della finestra: Emma si svegliò dal suo sonno agitato, col cuore che batteva fortissimo: aveva sempre avuto paura dei temporali e non aveva mai dormito da sola, nelle notti di tempesta. Da bambina scappava nel lettone dei genitori: diventata troppo grande per quel tipo di rifugio, si stringeva alla sorella, con la quale divise la camera fino al giorno del suo matrimonio: da quel momento accanto a lei ci fu Vittorio, pronto a accoglierla tra le braccia quando impazzavano lampi e tuoni.

Emma allungò il braccio, ma Vittorio non c’era: il pensiero corse a una notte di pochi mesi prima (anche allora si stava scatenando un violento temporale) quando non aveva trovato il marito nel letto perché s’era sentito male in bagno. Da un mese Vittorio era morto, portato via in poche settimane da una malattia incurabile: da quel giorno la donna dormiva sola nell’immenso letto matrimoniale… o meglio, passava le notti girandosi e rigirandosi tra le lenzuola che sembravano pesare come macigni, senza riuscire a dormire per più di un’ora di seguito. Era difficile, a quasi ottantadue anni, abituarsi alla solitudine, per lei che era cresciuta in una famiglia numerosa: zii, cugini, nonni, amici di famiglia dividevano con lei, la sorella, il fratello e i genitori la bella casa di campagna in cui aveva passato infanzia e adolescenza. Quando s’era sposata aveva deciso, in accordo con Vittorio, di avere almeno tre figli, ma purtroppo ne era arrivato solo uno: per fortuna c’erano i cuginetti, che spesso si fermavano a dormire col suo unico bambino, tanto bello quanto ombroso e desideroso di stare per i fatti suoi. Marcello non le aveva dato la gioia di diventare nonna, perché a vent’anni era entrato in seminario, diventando prete e scegliendo in seguito di dedicarsi alla missioni: tornava raramente a casa: era venuto per il funerale di Vittorio, ma pochi giorni dopo era nuovamente partito per il Sud America. Emma soffriva tantissimo per questo motivo e la sua sofferenza era aumentata dal fatto che la sorella le diceva che la colpa era solo sua, perché era stata una madre troppo apprensiva con Marcello.

Le lacrime iniziarono a scenderle prepotentemente sul volto, per cui decise di alzarsi, tanto non sarebbe riuscita a riprendere sonno: l’orologio segnava le 3.

“Accidenti, quant’è ancora lontana l’alba!”

Barcollando leggermente, andò in sala e accese la tv: repliche di vecchi programmi, pubblicità, donne seminude che invitavano a telefonare, ancora pubblicità, una maga…

(continua...)

Poi, vi segnalo che sul blog Ascolta l'infinito c'è qualcosa di mio che vi aspetta...

Baci,

Claudia

sognatricenata
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giovedì, 17 aprile 2008, ore 23:51

In quel mondo e in quel tempo lontano quando le persone morivano, si trasformavano nuovamente in neonati e poi volavano su una nuvoletta, ad aspettare di rinascere ancora.

Clicca per continuare a leggere.

Buonanotte,

Claudia

sognatricenata
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giovedì, 10 aprile 2008, ore 19:41

Questo è un racconto che ho già messo sul blog Ascolta l'infinito (a proposito: se c'è qualcuno/a che vuole partecipare, è invitato/a!)

E' un po' diverso dai miei soliti racconti, spero lo apprezzerete ugualmente.

Adele

Non ha avuto una vita facile, Adele: ci pensa mentre, sballottata sullo scomodo sedile dell’autobus, sta andando all’appuntamento con Luigi.

E’ stata una ragazza madre, Adele, che ha cresciuto Margherita, che oggi ha trent’anni, senza nemmeno l’aiuto dei genitori, che non hanno mai accettato quella gravidanza così scandalosa.

Ha lavorato duro, prima come sarta a casa, poi, quando la bimba è cresciuta, come donna delle pulizie, operaia, aiuto cuoca, badante e non ricorda più che altro.

Ora ha cinquant’anni e ne dimostra almeno dieci di più: le sue amiche hanno una linea da top model, girano su tacchi altissimi e fasciate in vestiti da ragazzine, si fanno le iniezioni per le rughe ogni sei mesi e spesso hanno fidanzati o amanti molto più giovani di loro. Cristina ha un figlio di cinque anni (l’età del nipote di Adele), Martina non si è mai sposata, ha fatto carriera e ogni mese cambia uomo, Sabrina è primario di neurologia all’ospedale locale, ha due figli perfetti e un marito che la adora…

Adele non ha più avuto relazioni e ha conosciuto solo dolori: due anni fa la figlia è rimasta vedova ed è tornata a vivere con lei, accompagnata dal piccolo Luca e da una depressione dalla quale sta uscendo solo ora, mentre lei da anni lotta contro una brutta malattia.

La vita è stata ingiusta con Adele e il suo fisico ne ha risentito: il viso è segnato dalle rughe, i capelli sono ingrigiti prematuramente, ma lei non s’è preoccupata di colorarli e il cortisone preso per curarsi l’ha fatta ingrassare: ora è quasi obesa.

Sei mesi fa ha conosciuto Luigi, volontario nell’ospedale dov’era ricoverata: lui ha due anni più di lei, è calvo e ha la pancetta. Le belle amiche di Adele inorridiscono alla sua vista, ma lei ne apprezza il sorriso dolce, gli occhi azzurri e la voce profonda: i due sono usciti qualche volta e un mese  prima si sono baciati, lei ricorda anche l’ora in cui è successo: è stato come avere quindici anni, Adele ha sentito le farfalline nello stomaco e ha desiderato che quell’attimo si prolungasse all’infinito. Oggi Luigi le ha chiesto di andare a casa sua: lei è quasi completamente inesperta in fatto di relazioni, ma sa benissimo cosa vuol dire quell’invito e ne è felice, anche se un po’ impaurita. Arriva a casa di Luigi, suona il campanello e lui le apre, un po’ emozionato: vive in un monolocale, pulito e profumato. Adele non sa come succede, ma nel giro di poco tempo si ritrova sdraiata sul letto: Luigi la spoglia con studiata lentezza, baciandole di tanto in tanto gli occhi, le labbra, il collo, giocando coi suoi capelli, stuzzicandola con la lingua, mentre le sue mani indugiano sul seno di Adele, per poi scendere piano piano: ma lei non riesce a rilassarsi completamente perché si vergogna del suo aspetto fisico, del grasso, delle cicatrici lasciate dagli interventi chirurgici, della trascuratezza generale che traspare dal suo corpo: cerca di coprirsi col lenzuolo e l’uomo capisce, quindi si alza per chiudere le persiane, dicendo che la luce del sole lo infastidisce.

 I due rimangono nella penombra e finalmente Adele si lascia trasportare: cerca le mani di Luigi per stringerle forte mentre lo bacia con dolcezza e passione, lo spoglia e lo accarezza, appoggia la testa sulla sua spalla mordicchiandolo dolcemente, assaporando quei momenti in cui ci si sente sospesi tra realtà e fantasia, in cui il mondo esterno non esiste: entrambi sospirano, chiudono gli occhi per prolungare le sensazioni, si sussurrano dolci parole, poi i respiri si fanno più affannati, le carezze più audaci, i baci più appassionati: i corpi sudati si muovono l’uno contro l’altro.

“Vuoi  fare l’amore?” le mormora Luigi, al culmine dell’eccitazione.

“No, ancora non me la sento di arrivare fino in fondo… scusami, ma è così tanto tempo che sono sola, e poi è tanto bello così, mi sembra di essere tornata ragazzina, voglio ma non voglio, ho paura … scusami, scusami ta…” lo travolge Adele con fiume di parole.

Luigi le tappa la bocca con un lungo bacio, poi riprendono le carezze, sempre più appassionate.

Il piacere esplode nello stesso momento per entrambi, che restano sdraiati l’uno accanto all’altra, gli occhi semichiusi e le mani intrecciate.

“Ti amo, Luigi.”

“Anch’io, Adele.”

Un bacione,

Claudia

botero

sognatricenata
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giovedì, 27 marzo 2008, ore 18:45

... anche se non sembra.

Per il blog Ascolta l'infinito ho scritto questo raccontino, lo propongo anche a voi sperando vi piaccia.

Il bambino che cercava la primavera.

Paolino era un bimbo che soffriva molto di raffreddori e febbre: per lui i mesi invernali erano bruttissimi, perché era sempre ammalato. Per questo aspettava con ansia il 21 di marzo, perché iniziava finalmente la primavera e lui smetteva di ammalarsi. La mamma lo portava al parco a scaldarsi ai primi timidi raggi di fine marzo e mentre il vento gli portava il profumo dei fiorellini appena sbocciati Paolino si sentiva felice e spensierato. Quell’anno, però, la primavera sembrava non voler arrivare: la pioggia rigava i vetri della finestra della cameretta di Paolino, che malinconicamente guardava fuori: un forte vento sferzava l’erba del prato sotto casa. Le poche persone che passavano per la strada erano avvolte in pesanti cappotti, con le facce nascoste da grosse sciarpe. I fiori non spuntavano e i rami degli alberi si piegavano fino a terra cercando di resistere al forte vento. Paolino era molto triste e la sua tristezza era aumentata dal fatto che quel giorno la mamma e il papà erano dovuti uscire e lui era solo in casa: all’improvviso decise di uscire per andare a cercare la primavera. Si coprì ben bene, infilandosi anche il nuovissimo impermeabile che gli aveva regalato la zia Dora e inforcò la bicicletta: non sentiva freddo, solo un po’ di paura perché non sapeva dove andare. Si diresse verso la campagna, che distava solo pochi km dalla casa sua ma non c’era traccia della primavera: niente farfalle né fiori colorati, solo alberi spogli e tremanti. Scoraggiato, Paolino abbandonò la bicicletta e si sedette sul ciglio della strada a piangere sotto la pioggia battente.

Che hai, piccolino? Perché piangi?” chiese una voce dolce a Paolino: egli alzò gli occhi e vide davanti a sé una vecchietta che sembrava uscita da qualche favola.

Perché non trovo la primavera da nessuna parte.” singhiozzò.

“Sei sicuro?”

“Sì, ho cercato dappertutto.”

“Allora vieni con me.”

La mano rugosa della vecchietta strinse quella morbida del bimbo e i due si avviarono verso il campo.

Guarda lì, piccolino.”

Dietro a un sasso era nato coraggiosamente un gruppetto di margherite, che Paolino guardò a bocca aperta: poco più avanti c’erano alcune violette che resistevano al vento: un albero cominciava a mettere fuori dei boccioli rosa, mentre sotto il porticato della vecchia casa in cui abitava la signora svolazzava pigra una farfalla multicolore.

“La primavera sta arrivando, tesoro… Ora torna a casa e non dubitare più di lei… ma ti dirò anche un’altra cosa. C’è sempre un po’ di primavera: la trovi nel sorriso della tua mamma, nei giochi che inventa il tuo papà per distrarti quando sei malato, nel fiore che buca la neve, nel raggio di sole che scompiglia le nuvole, nelle parole dei tuoi amici. La primavera è dappertutto, basta cercarla.”

Paolino sorrise alla vecchietta: nel frattempo aveva anche smesso di piovere e il sole bussava timido: il bimbo riprese la bicicletta e tornò a casa felice.

Aveva trovato la primavera.

Bacini,

Claudia

sognatricenata
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venerdì, 15 febbraio 2008, ore 14:31

logo8

Il link dell'iniziativa.

Stasera alle 18 non sarò al pc, quindi. Sarà solo una goccia nel mare, ma meglio che niente.

Vi lascio anche un mio raccontino.

Andrea.

Il computer è acceso: il foglio bianco di Word guarda minaccioso il giovane che vi siede davanti, con il capo mollemente appoggiato sulla mano sinistra e lo sguardo perso nel vuoto. Clicca qui per continuare a leggere.

Bacinini,

Claudia

sognatricenata
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martedì, 29 gennaio 2008, ore 17:50

Questo racconto l'ho scritto per il blog Ascolta l'infinito, ma lo riporto anche qui perché è legato anche alla Giornata della memoria, che è un argomento che mi sta molto a cuore.  Sempre sull'argomento mi sta girando per la testa anche una poesia ma per ora non l'ho messa nero su bianco, sono solo sensazioni che vagano per la mia mente.

Buona lettura!!!

Rebecca.

Conobbi Rebecca in un giorno d’inverno del 1942: pioveva e soffiava un gran vento che si insinuava sotto i vestiti, che scompigliava i capelli facendomi lacrimare gli occhi: battevo i denti per il freddo e per la paura. Mi trovavo alla stazione, assieme a tantissime altre persone, uomini e donne, di ogni età: qualcuno piangeva silenziosamente, altri si guardavano intorno con gli occhi spalancati, smarriti. C’era un gruppetto formato da adolescenti: i ragazzi fingevano indifferenza raccontandosi, ad alta voce, improbabili aneddoti amorosi. Alle dieci del mattino ci caricarono tutti su un treno polveroso: destinazione Auschwitz. Non sapevo granché di quel posto, solo che alcuni miei conoscenti erano stati portati lì qualche settimana prima e nessuno ne aveva avuto più notizie. Il viaggio sarebbe durato quattro, anche cinque giorni, nessuno lo sapeva con certezza: i soldati urlavano istruzioni in tedesco che solo in pochi riuscivano a capire. Mi guardavo intorno con curiosità, pensando a cosa sarebbe stato di noi: i miei occhi, piccoli, neri, sfuggenti, incontrarono improvvisamente quelli di Rebecca, grandi, grigi, spauriti e bagnati di lacrime: il cuore mi fece una capriola nel petto e, istintivamente, le sorrisi: timidamente lei ricambiò. Le feci cenno di avvicinarsi: nell’angolino in cui mi ero rifugiato c’era un po’ più di spazio che nel resto del vagone: lei mi raggiunse e, anche se non ci conoscevamo, mi venne spontaneo abbracciarla: la sentivo tremare, così le accarezzai dolcemente i bei riccioli neri. A poco a poco si calmò e iniziammo a parlare: il viaggio fu lungo e faticoso, ma per noi passò quasi velocemente: rimanevamo abbracciati a lungo, a volte senza dire nulla, altre volte raccontandoci le nostre vite, sussurrando per non farci sentire dagli altri. Appena arrivammo al campo, però, fummo divisi brutalmente: ci restò solo il tempo di sfiorarci le labbra: fu un bacio fugace, che mi scaldò il cuore, facendomi al contempo bruciare gli occhi di lacrime salate.

Gli anni nel campo passarono lenti, faticosi, dolorosi: vidi morire tanti amici, io mi salvai solo grazie alla mia capacità di fare mille lavori: pur senza capelli, senza più un nome, pur umiliato, picchiato, pur con un numero tatuato sul braccio, riuscii a sopravvivere: il pensiero di Rebecca mi sosteneva. Quando vennero i Russi a liberarci, corsi come un pazzo nella parte del campo che era riservata alle donne, urlando Rebecca, Rebecca a gran voce: mi risposero sguardi vuoti, occhi impauriti, ma della mia  Rebecca nessuna traccia.

Sono passati tantissimi anni, mi sono sposato, ho avuto tre figli, cinque nipoti e da qualche anno sono rimasto vedovo: oggi sono al parco con la mia nipotina più piccola, che ha solo sei anni: stiamo passeggiando, la sua manina paffuta stringe la mia, rugosa e ossuta, quando ad un certo punto mi dice: “ Nonno, c’è la mia compagna di classe Marina, quella che ha la nonna con il numero sul braccio come te.” Odio incontrare ex deportati, si finisce sempre col parlare dei campi di concentramento e a me piace poco, ma mi volto comunque: i miei occhi neri incontrano due occhi grigi e grandi: la donna ha un’espressione seria, ma le sue labbra si aprono in un sorriso. Ed è come se il tempo non fosse mai passato.

baci,

Claudia

sognatricenata
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lunedì, 21 gennaio 2008, ore 15:43

Ciao a tutti!!!

Non ho molto da dire e da scrivere, queste giornate mi stanno portando un po' di malinconia, tanta stanchezza... non so perché.

Comunque, l'ispirazione non mi abbandona mai del tutto e per il blog Ascolta l'infinito ho scritto la poesia "Bosco d'autunno" e spero abbiate voglia di andarla a leggere.

Non la riporto qui così andate a vedere anche l'altro blog, perché secondo me merita tanto.

Un bacione,

Claudia

sognatricenata
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categoria : saluti, blog ascolta linfinito

lunedì, 14 gennaio 2008, ore 14:42

Sul blog Ascolta l'infinito ho pubblicato una mia poesia.

Spero che vi piaccia,

bacini,

Claudia

sognatricenata
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lunedì, 07 gennaio 2008, ore 15:55

Avete voglia di scrivere?

Siete bravi a realizzare racconti?

Avete una grande fantasia?

Bene!!! Questo è il blog che fa per voi!!! Partecipate!!!

Segnalo anche che oggi mi sono arrivate le copie di "Pensieri volontari", a proposito delle quali vi ri-segnalo il mitico blog di Paolo.

Appena ho letto tutte le poesie e i racconti ve ne parlerò, perché è un'iniziativa troppo bella: merita pubblicità, pubblicità e ancora pubblicità.

Bacetti,

Claudia

sognatricenata
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