La forza di un sorriso. Anna è seduta su una seggiola di metallo, sulla quale qualcuno ha messo un morbido cuscino a fiori dai mille colori per renderla più comoda: la stanza in cui si trova ha le pareti di un bianco sporco e lei pensa che avrebbero bisogno di essere riverniciate: chissà, forse Lorenzo, il suo collega, potrebbe occuparsene… E, magari, Andrea, il padre della piccola Jasmine, potrebbe dare un’occhiata all’impianto elettrico: la luce continua a saltare e la radio, che dovrebbe farle un po’ di compagnia, sembra saltare a ritmo alternato con la luce. Anna allunga la mano e la spegne: è un fastidio e basta: e poi stanno arrivando, a poco a poco, tutte le persone che fanno parte del suo gruppo di auto-aiuto: oggi per lei è un gran giorno, perché finalmente potrà raccontare la sua storia. Gli uomini e le donne che entrano salutano con un filo di voce, senza rispondere all’aperto sorriso di Anna: prendono rapidamente posto e rimangono lì, a fissare il vuoto o a giocherellare nervosamente con il braccialetto. Nella stanza fa caldo, ma quasi tutti tengono addosso le giacche e le sciarpe, che odorano di pioggia e di vento: le gocce battono incessantemente sui vetri delle finestre e la tramontana fa piegare fino a terra le cime degli alberi che circondano l’edificio. Quando finalmente tutti sono arrivati e si sono seduti, Anna si schiarisce la voce ed inizia a parlare: “Buongiorno a tutti, mi chiamo Anna e mi è stato chiesto di occuparmi di questo gruppo. Non so bene come cominciare il discorso, così prima di tutto vorrei che ognuno di voi dicesse il suo nome e perché si trova qui, poi parlerò io. Inizierà la signora alla mia destra.” “Mi chiamo Sara e sono qui perché mi hanno diagnosticato un tumore: non ho voglia di vivere né di curarmi.” “Io sono Stefano, mia moglie mi ha lasciato il mese scorso e vorrei solo morire.” “ Salve, sono Barbara, mia figlia è morta da due anni e sono morta anch’io, con lei” E così via via… storie diverse, ma sguardi uguali, parole mozzate, voci e mani che tremano, lacrime che fanno capolino all’angolo di occhi spenti, che guardano senza vedere nulla. Quando anche l’ultima persona ha parlato, Anna riprende: “La vita non è stata generosa con me. Sono rimasta orfana appena maggiorenne, non ho potuto studiare come volevo, ho dovuto subito iniziare a lavorare per mantenere me stessa e Giada, la mia sorellina più piccola, che aveva solo 14 anni. Ho pensato sempre e soltanto a lei, chiedendo a Maurizio, l’uomo che mi amava e che io amavo, di aspettare che Giada crescesse, prendesse il diploma e perché no? anche la laurea. A 21 anni (io ne avevo 25) Giada rimase incinta di un compagno di Università, che però non volle curarsi del bambino: così ci rimboccammo le maniche per allevare il piccolo Angelo. Chiesi ancora una volta a Maurizio di avere pazienza, ma lui se ne andò con quella che credevo fosse la mia migliore amica. Dopo qualche anno Enrico, il papà di Angelo, tornò da Giada e la famigliola si trasferì dall’altra parte dell’Italia: provai a chiedere a mia sorella di portarmi con loro, ma ottenni solo vaghe promesse. Da quel momento chiusi i rapporti con l’unico pezzo di famiglia che mi era rimasto e decisi di proseguire con la mia vita, ma mi resi conto che il mondo era andato avanti senza di me: in quegli anni mi ero chiusa nel tran tran casa-lavoro: avevo trent’anni e nessuna prospettiva: non avevo più amiche, perché loro si erano stufate dei miei continui no, devo lavorare… no, devo occuparmi di Angelo, no, devo fare la spesa… Le mie ex amiche erano laureate, sposate, in attesa di bambini o già mamme, vestivano alla moda e frequentavano gente che non conoscevo e con la quale ero a disagio. Provai per un po’ a recuperare i rapporti con qualcuna di loro, che era ancora single, ma nel giro di un anno non avevo concluso nulla. Persi anche il lavoro, per una riduzione del personale e per qualche anno vissi di precariato, cibo della mensa dei poveri e grandi sacrifici. Mi avvicinavo al trentacinquesimo compleanno, sentendomi più o meno la sorella gemella di Matusalemme, quando mi chiamarono per un nuovo lavoro: impresa di pulizie. Destinazione: ospedale pediatrico. Piansi tutte le mie lacrime, non volevo quel lavoro, non in quel posto, almeno, ma dovetti rassegnarmi. Iniziai a lavorare, ma non stringevo rapporti con nessuno, dopo cinque lunghi anni quasi non conoscevo i colleghi. Così venne il giorno del mio quarantesimo compleanno. Me ne stavo sola, come sempre, alla fine del mio turno, vicino alla macchina delle bibite, tenendo in mano un bicchierino di the caldo e nell’altra una merendina al cioccolato: il mio pranzo di compleanno ed anche di Natale: eh sì, sono nata proprio il 25 dicembre. Fuori pioveva e, proprio come oggi, c’era anche un gran vento: la porta-finestra era rimasta leggermente aperta perché poco prima Lorenzo, il mio collega, era uscito per fumare e non l’aveva richiusa, come al solito: ma io stavo ugualmente lì, senza preoccuparmene, perché il vento mi portava il profumo del mare: guardavo fuori e vedevo il cielo grigio e gli alberi piegati, attraverso il velo delle mie lacrime, quando una vocina mi chiese: “Pecchè pangi?”Mi voltai e vidi una bambina che poteva avere al massimo tre anni, dai grandi occhioni scuri e dal visetto smunto, reso ancora più triste dalla mancanza dei capelli. Le risposi di tornarsene velocemente in camera sua, perché lì era freddo e non ci doveva stare. La piccola mi guardò, seria seria, e mi disse: “io non vado in camea, finché tu non mi ridai Pollo.” Chi? La guardai stupita e lei mi disse che le avevo preso il suo pupazzo e forse l’avevo buttato via: i suoi occhioni si riempirono di lacrime. Allora ricordai di aver trovato un piccolo pupazzo in una delle camere, per terra: l’avevo raccolto e l’avevo messo in tasca, dove me l’ero dimenticato. Lo tirai fuori e chiesi alla bambina se fosse quello: lei disse di sì e mi rivolse un sorriso che non dimenticherò mai: istintivamente, sorrisi anch’io: probabilmente non lo facevo da quanto? Dieci anni? La piccola mi disse: “come cei bella quaddo sorridi” Da quel giorno non ho mai smesso di sorridere: la piccola oggi ha ventitré anni, s’è appena laureata e tra un anno si sposa: io non mi sono sposata, non ho fatto carriera, ma ogni giorno regalo sorrisi ai piccoli, incatenati nei loro letti d’ospedale da una malattia o da un incidente: non porto loro regali e non racconto storie: solo, sorrido a loro e loro sorridono a me. Questo è tutto.” Anna tace, gli occhi velati di lacrime ma il sorriso sulle labbra: attorno a lei, tutti sono commossi. Il tempo a loro disposizione è finito: ma prima di andare via, ognuno vuole salutare Anna con una stretta di mano ed un sorriso. Quando tutti sono usciti, Anna accende il cellulare, che immediatamente squilla. “Certo, Lorenzo. A più tardi” Un bacio ed un sorriso, Claudia
Con questo racconto aderisco all'iniziativa di Comicomix, Un sorriso lungo un anno, in favore della lotta contro il Neuroblastoma infantile: basta poco, partecipate numerosi.
"Amore, allora ci vediamo più tardi, per cena? Mi manchi tantissimo."

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