Non mi prendete per moralista, perbenista, proibizionista etc etc... ma oggi vorrei parlarvi di un problema che colpisce la società: il problema dell'alcool.
Io sono tendenzialmente astemia, perché reggo pochissimo l'alcool; inoltre la maggior parte delle volte che esco guido quindi non mi pare il caso di bere: mi è capitato una volta di guidare avendo un po' bevuto e vi assicuro che ho avuto paura di non riuscire ad arrivare sana e salva perché mi rendevo conto di non avere il giusto senso della misura... non che fossi ubriaca, eh, però un po' "brilla", avevo i riflessi leggermente rallentati e insomma, sono stata contenta che in giro ci fosse poca gente (era sera).
Detto questo, ovviamente ognuno ha la sua personale tolleranza all'alcool quindi sicuramente un'altra persona nelle mie stesse condizioni sarebbe stata tranquillissima.
Il problema è che, girando per il web, (nella fattispecie facebook) capita di trovare gruppi che inneggiano a bere fino a sbronzarsi e le persone si vantano di stare male ogni sabato notte da quanto hanno bevuto...
Ora, posto che ognuno si diverte come può e che effettivamente bere un po' può aiutare a sbloccarsi (ricordo una memorabile "ciucca" con un'amica a Verona, ridemmo tutta la sera senza motivo, ma eravamo a piedi), mi domando: che gusto c'è a bere fino a stare male???
Ubriacarsi fino a non ricordare quello che si dice, si fa, per poi finire in semi-coma sul pavimento del bagno??? No, perché io proprio non ci arrivo, davvero.
Capisco una bevuta in compagnia, a volte può capitare di esagerare, non sono una santa e se non lo faccio è perché davvero la mia tolleranza all'alcool è bassissima...
Ma arrivare a stare male ed essere felici di ciò???
Senza contare la pericolosità, sottovalutata dai più, del mettersi al volante dopo aver bevuto.
Voi che ne pensate???
Buon sabato, bella gente!
Claudia
Buon compleanno a me!!!
E un po' di torta anche per voi... via, sarò buona ihihihih.

bacini,
Claudia
La frase è di James Russell Lowell e l'ho voluta mettere come titolo perché tempo fa avevo deciso di non postare più racconti miei, ma oggi ve ne voglio regalare uno... prima o poi comparirà in un'antologia legata al concorso a cui ha partecipato e mi fa piacere che voi lo leggiate.
bacini,
Claudia
IL TUFFO
Da dieci anni Barbara aveva lasciato la sua città, La Spezia ( si era resa conto di essere diventata una forestiera quando aveva iniziato a usare quell’articolo che i suoi concittadini omettevano), per andare a vivere a Torino, dove aveva studiato e trovato lavoro. Era tornata a casa raramente, e sempre per brevi periodi, perché ormai la sua vita era altrove; a Torino aveva gli amici, il fidanzato, un appartamento in affitto vicino al centro. Ma negli ultimi tempi le cose erano peggiorate: la storia con Roberto era finita e Barbara aveva perso il lavoro, così aveva deciso di tornare nella casa dove era cresciuta.
Era arrivata in città in una sera primaverile, col treno: passata Genova, Barbara aveva trascorso il tempo guardando gli spicchi di mare che sbucavano tra le gallerie, con l’avidità e la curiosità dei turisti che si chiamavano l’un l’altro, cercando di fotografare quegli squarci di blu incastonati tra il verde degli alberi. I suoi genitori erano andati a prenderla in stazione, emozionatissimi all’idea che la loro “bambina” fosse di nuovo con loro; durante il tragitto verso casa non avevano smesso di parlare, mentre lei guardava dal finestrino la sua città, sempre uguale ma allo stesso tempo cambiata nel corso degli anni: le rotonde, qualche nuovo locale, le palme del lungomare, l’inconfondibile sagoma della Cattedrale.
Per cena c’erano la pizza e la farinata della Pia: Barbara aveva mangiato lentamente, assaporando quei cibi che le ricordavano la sua infanzia e la sua adolescenza, poi era andata a letto presto, con la scusa della stanchezza.
In realtà voleva sfuggire alle domande dei genitori sul motivo della sua magrezza e sull’assenza di Roberto: inoltre, sentiva il desiderio di stare sola a pensare al tempo che, in quella casa, sembrava non essere passato.
Certo, i suoi genitori erano invecchiati: i capelli del papà erano ingrigiti, il viso della mamma solcato da rughe, ma i mobili scuri della sala erano sempre gli stessi, così come le lunghe tende chiare, i gerani colorati sul balcone, i barattoli del caffè e dello zucchero, bianchi con le scritte rosse, allineati sulla mensola della cucina.
Nella sua camera c’erano i libri del liceo, le foto del diciottesimo compleanno, con la chiesa di Portovenere sullo sfondo, le cartoline della vacanza a Londra, il copriletto a fiorellini, le lenzuola odorose di bucato
Era rimasta sveglia a lungo, fissando il soffitto alla pallida luce dei lampioni della strada (aveva l’abitudine di lasciare la tapparella leggermente alzata) e ripensando agli anni passati lontano dalla sua città, ricordandone il vento, i mugugni dei cittadini, i lunghi viali alberati e le montagne che si tuffavano in mare.
L’indomani Barbara era stata svegliata dal cinguettio degli uccellini; non erano ancora le sette e lei era rimasta a letto, ascoltando i rumori della mattina: le auto che passavano, i genitori che si preparavano per andare al lavoro, i tacchi della signora del piano di sopra, un cane che abbaiava.
Si era riaddormentata e quando aveva riaperto gli occhi erano da poco passate le nove: si era alzata e aveva aperto la finestra, guardando il giardino condominiale: le foglie degli alberi dondolavano pigramente al dolce vento di marzo mentre un gatto bianco e nero si lasciava accarezzare dai primi, tiepidi raggi di sole.
Aveva respirato a fondo, si era concessa una lunga doccia calda ed era andata a fare colazione: la madre era uscita presto per comprarle la sua focaccia preferita, quella molto unta e con i pomodorini sopra.
Sapendo che i genitori non sarebbero tornati dal lavoro che nel tardo pomeriggio, Barbara aveva deciso di uscire: sapeva già quale sarebbe stata la sua prima meta: Portovenere!
L’aveva deciso la sera prima, guardando le vecchie foto e sfogliando il diario segreto della sua adolescenza, tra le cui pagine aveva ritrovato vecchi biglietti dell’autobus, petali di rose rosse, foglie dai caldi colori autunnali e carte di caramelle.
Le pagine, decorate con cuori colorati, erano ricoperte di scritte di ogni tipo: testi di canzoni, brevi riflessioni, il nome del suo primo amore a caratteri cubitali ( ogni lettera scritta in un colore diverso), poesie dai versi traballanti.
Aprendo il diario, Barbara aveva sentito odore di salsedine, di scirocco, di pioggia autunnale: i ricordi le erano piombati addosso all’improvviso, lasciandola confusa, smarrita e felice allo stesso tempo. Mentre l’autobus attraversava la città, lei guardava dal finestrino i portici, gli austeri palazzi del centro, i giardini: poi, fuori città, i paesini, le curve, le salite sulle quali i ciclisti arrancavano faticosamente, le piccole case colorate, le donne anziane cariche di borse della spesa e malferme sulle gambe, qualche turista rimasto a bocca aperta all’arrivo nel vecchio borgo.
Quasi correndo, Barbara si era diretta verso la grotta Byron: il vento le agitava i capelli, il rumore delle onde accompagnava i suoi passi frettolosi.
Appena entrata nella grotta, aveva respirato l’odore del mare, del suo mare dalle mille sfumature dell’azzurro e del blu, lasciando che il libeccio la avvolgesse nel suo abbraccio: a un tratto le era tornato in mente il ricordo lontano di un giorno d’estate: il tuffo!
Aveva diciotto anni ed era andata al mare con le sue amiche: loro solitamente si recavano all’Ulivo, ma quel giorno la destinazione era cambiata: grotta Byron, meta di turisti che amavano sentir raccontare la storia del grande poeta inglese che aveva nuotato tra Portovenere e Lerici, e di spericolati che cercavano l’ebbrezza di tuffarsi da picchi altissimi.
In grotta le ragazze si erano incontrate con altri amici, esaltati perché si erano tuffati da sette metri: all’inizio Barbara non voleva essere coinvolta in una simile follia, poi Martina l’aveva convinta.
Insieme avevano prima nuotato per un breve tratto, poi si erano arrampicate sullo scoglio, rischiando di scivolare a ogni passo, continuando a ridere e scherzare per non pensare al rischio che correvano. Arrivate in cima si erano appoggiate alla parete di roccia, rimanendo mezz’ora lassù, spaventate, accusandosi a vicenda: “Tu mi hai portato qui, no è colpa tua!
Gli amici le incitavano e infine si erano decise: la prima a tuffarsi era stata Martina, poi era toccato a lei che si era lanciata nel vuoto chiudendo gli occhi.
Da sempre, si dice, il sogno dell’uomo è volare: lei aveva davvero volato, spinta dal vento che le fischiava nelle orecchie e dall’entusiasmo della giovinezza; ricordava l’urlo lungo sette metri, la sensazione di onnipotenza e di libertà assoluta, l’impatto con l’acqua, forte ma non doloroso e quindi la discesa verso il fondo, per poi risalire in superficie.
Scendere sott’acqua era stato come morire: il silenzio totale nelle orecchie, il buio, la solita paura di non riuscire a risalire, il timore che non le bastasse il fiato: poi, finalmente, era tornata alla vita e alla luce del sole, alla gioia di un giorno d’estate, a un soffio di scirocco, alle risate di Martina e agli applausi degli amici.
Ricordava il tremito delle mani, il battito accelerato del cuore, la sensazione di aver fatto qualcosa che probabilmente i suoi genitori non avrebbero approvato, qualcosa che tutti ritenevano pericoloso, qualcosa di coraggioso che non avrebbe mai dimenticato.
Chissà, pensava, quanti altri adolescenti, dopo di lei, avevano vissuto le sue stesse emozioni: lo scoglio era ancora lì, battuto dalle onde che alzavano la schiuma; in quel momento c’era solo un gabbiano appollaiato che scrutava il mare alla ricerca di un buon boccone. Barbara era rimasta a osservarlo finché non si era alzato in volo, candido e maestoso, libero e indipendente.
Allora era uscita dalla grotta, facendosi largo tra turisti meravigliati e armati di macchine fotografiche.
Riprendendo la sua passeggiata, pensava ancora a quel tuffo lontano, paragonandolo alla sua decisione di lasciare Spezia, la vita tranquilla, il lavoro nel negozio degli amici di famiglia, per andare incontro all’ignoto, trasferendosi a Torino dove non conosceva nessuno, in una città così diversa dalla sua, con un clima ostile. Ripensava a quante volte aveva rimpianto la dolce brezza delle sue spiagge, il sole caldo, l’azzurro del cielo e del mare.
Sospirando e camminando lentamente, aveva pensato che in quel momento molto probabilmente aveva bisogno del coraggio per un nuovo tuffo nel vuoto, per ritornare, ancora una volta, alla vita.
Salutaci Fabrizio, stringilo fortissimo da parte nostra... ora che siete assieme, fatevi delle belle chiacchierate...
Ciao e grazie, grazie, grazie per tutto.
Claudia
... passeggiare sul lungomare fermandosi a osservare le barche colorate, in silenzio, ascoltando il dolce rumore delle onde e aspirando a pieni polmoni l'aria salmastra che riempie il cuore...

... perdere lo sguardo all'orizzone, pensando a cosa ci sarà mai oltre quella linea che pare congiungersi al cielo, tanto che non distingui l'azzurro dell'uno dall'azzurro dell'altro
Ed è bello pensare che se un giorno ci sentiamo tristi, c'è sempre il sole dietro le nuvole, quel sole che lotta con tutte le sue forze per uscire, per ritornare a impossessarsi del cielo...
Estate è anche tornare un po' bambini, stupirsi ancora delle piccole cose e incantarsi a guardare i sassi della riva, come se non li avessimo mai visti.

Infine, sdraiarsi sulla spiaggia e lasciare andare i pensieri, godersi il sole, la brezza e la musica della risacca...

Baci,
Claudia
Passa il tempo e divento sempre più intollerante!
Non sopporto chi fa casino in spiaggia, chi urla al supermercato, chi pretende di decidere per me senza consultarmi, dando per scontato che io sarò disponibile, chi mi soffoca, chi mi tormenta con mille domande, chi non capisce quando è ora di darci un taglio.
Sto diventando anche un po’ misantropa, a dire il vero.
Effetto dell’età?
Della maleducazione sempre crescente?
Dell’abitudine a stare sola?
Boh.
Ma la cosa che sopporto di meno è stare a tormentarmi a Ferragosto con queste paranoie esistenziali
… quindi piantiamola qui, va
… che è meglio (cit.).
E buon Ferragosto a tout le monde!
Tanti tanti saluti a chi va in vacanza e a chi resta in città!
Bacini cicciuti (cit)
Claudia

L'uomo al centro nella foto (scusate la qualità non eccelsa, foto fatta col telefonino) è Max Manfredi, cantautore genovese che Fabrizio de André defininì "Il più bravo di tutti".
Le premesse per una serata bellissima c'erano tutte, conoscendo già le sue canzoni bellissime, da ascoltare e riascoltare a causa di testi non propriamente accessibili al primo ascolto.
Il luogo del concerto è quello che in tv definirebbero "splendida cornice": Bonassola ( qui il sito del comune), paesino ligure stretto tra la vegetazione dei colli e il respiro del mare, paesino di case colorate e carugi.
Un pubblico un po' partecipe, un po' distratto, gente che passa, qualcuno va via, qualcuno grida: bravi, bravi.
E bravi questi musicisti lo sono davvero: Marco Spiccio alle tastiere, Federico Bagnasco al contrababsso, Elisa Montaldo alle tastiere, ma bravo è soprattutto Max, che ci racconta le sue storie, la sua Genova con le creuze, le alture e il mare.
Dalle canzoni vecchie alle nuove, quelle tratte da "Luna persa", autentico capolavoro premiato col Lunezia due settimane fa.

Emozionato Max durante l'esecuzione della bellissima "La fiera della Maddalena", a suo tempo impreziosita dalla voce di Faber, divertente Spiccio mentre racconta come nascono le canzoni.
Il finale è in crescendo, con Il regno delle fate e Tabarca, una delle sue canzoni più belle.
Così sono andata, col cuore che batteva forte, a salutarlo (siamo amici su Facebook e si ricordava) e farmi firmare il cd e ovviamente fargli i complimenti, stra meritati.
Logicamente il consiglio che lascio a voi è quello di ascoltarlo, il ragazzo merita!
baci,
Claudia
Buongiorno, fedeli lettori (cit.).
Come state? Qui si procede, non faccio quello che dovrei fare (la tesi), ma in compenso scrivo un po’, ascolto tanta musica e ieri ho ripreso ad andare al mare.
Sì lo so che non ci si comporta così ma per ora quando penso alla tesi in testa ho il vuoto assoluto, quindi aspetto tempi migliori per l’ispirazione.
Ieri sera sono andata a sentire un monologo di Ascanio Celestini: lo conoscevo poco, solo di nome, ma sono rimasta davvero piacevolmente colpita e lui è davvero simpatico, anche se matto (secondo me, eh, poi magari mi sbaglio eheheh).
Voi che dite? Lo conoscete? Ah, ovviamente siccome esiste google non voglio sentirvi dire: ma chi è???
Usate il ditino, eh! Ahahah dai sto scherzando non ve la prendete, sapete che sono burlona!
Domani sera, invece, andrò a sentire un tributo a Fabrizio, speriamo bene…
Poi vi racconterò, eh! Oggi credo farò un’altra breve incursione in spiaggia.
Bacini,
Claudia
