«La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.
A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per torre il biasmo in che era condotta.
(Dante, V Canto dell'Inferno)
La storia si ripete, eh?
Buona serata,
Claudia
Questo racconto l'ho scritto per il blog Ascolta l'infinito, ma lo riporto anche qui perché è legato anche alla Giornata della memoria, che è un argomento che mi sta molto a cuore.
Sempre sull'argomento mi sta girando per la testa anche una poesia ma per ora non l'ho messa nero su bianco, sono solo sensazioni che vagano per la mia mente.
Buona lettura!!!
Rebecca.
Conobbi Rebecca in un giorno d’inverno del 1942: pioveva e soffiava un gran vento che si insinuava sotto i vestiti, che scompigliava i capelli facendomi lacrimare gli occhi: battevo i denti per il freddo e per la paura. Mi trovavo alla stazione, assieme a tantissime altre persone, uomini e donne, di ogni età: qualcuno piangeva silenziosamente, altri si guardavano intorno con gli occhi spalancati, smarriti. C’era un gruppetto formato da adolescenti: i ragazzi fingevano indifferenza raccontandosi, ad alta voce, improbabili aneddoti amorosi. Alle dieci del mattino ci caricarono tutti su un treno polveroso: destinazione Auschwitz. Non sapevo granché di quel posto, solo che alcuni miei conoscenti erano stati portati lì qualche settimana prima e nessuno ne aveva avuto più notizie. Il viaggio sarebbe durato quattro, anche cinque giorni, nessuno lo sapeva con certezza: i soldati urlavano istruzioni in tedesco che solo in pochi riuscivano a capire. Mi guardavo intorno con curiosità, pensando a cosa sarebbe stato di noi: i miei occhi, piccoli, neri, sfuggenti, incontrarono improvvisamente quelli di Rebecca, grandi, grigi, spauriti e bagnati di lacrime: il cuore mi fece una capriola nel petto e, istintivamente, le sorrisi: timidamente lei ricambiò. Le feci cenno di avvicinarsi: nell’angolino in cui mi ero rifugiato c’era un po’ più di spazio che nel resto del vagone: lei mi raggiunse e, anche se non ci conoscevamo, mi venne spontaneo abbracciarla: la sentivo tremare, così le accarezzai dolcemente i bei riccioli neri. A poco a poco si calmò e iniziammo a parlare: il viaggio fu lungo e faticoso, ma per noi passò quasi velocemente: rimanevamo abbracciati a lungo, a volte senza dire nulla, altre volte raccontandoci le nostre vite, sussurrando per non farci sentire dagli altri. Appena arrivammo al campo, però, fummo divisi brutalmente: ci restò solo il tempo di sfiorarci le labbra: fu un bacio fugace, che mi scaldò il cuore, facendomi al contempo bruciare gli occhi di lacrime salate.
Gli anni nel campo passarono lenti, faticosi, dolorosi: vidi morire tanti amici, io mi salvai solo grazie alla mia capacità di fare mille lavori: pur senza capelli, senza più un nome, pur umiliato, picchiato, pur con un numero tatuato sul braccio, riuscii a sopravvivere: il pensiero di Rebecca mi sosteneva. Quando vennero i Russi a liberarci, corsi come un pazzo nella parte del campo che era riservata alle donne, urlando Rebecca, Rebecca a gran voce: mi risposero sguardi vuoti, occhi impauriti, ma della mia Rebecca nessuna traccia.
Sono passati tantissimi anni, mi sono sposato, ho avuto tre figli, cinque nipoti e da qualche anno sono rimasto vedovo: oggi sono al parco con la mia nipotina più piccola, che ha solo sei anni: stiamo passeggiando, la sua manina paffuta stringe la mia, rugosa e ossuta, quando ad un certo punto mi dice: “ Nonno, c’è la mia compagna di classe Marina, quella che ha la nonna con il numero sul braccio come te.” Odio incontrare ex deportati, si finisce sempre col parlare dei campi di concentramento e a me piace poco, ma mi volto comunque: i miei occhi neri incontrano due occhi grigi e grandi: la donna ha un’espressione seria, ma le sue labbra si aprono in un sorriso. Ed è come se il tempo non fosse mai passato.
baci,
Claudia

L'avevo già messa l'anno scorso, ma la voglio riproporre perché è una testimonianza vera, commovente e indimenticabile della tragedia dell'Olocausto, perché mi ricordo ancora quando Primo Levi si suicidò e a scuola ce la fecero studiare, perché non ho parole da dire... solo che non dobbiamo dimenticare.
MAI

Se questo è un uomo, Primo Levi
Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato.
Vi comando queste parole,
scolpitele nel vostro cuore
stando in casa, andando per via,
coricandovi, alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.
Qui la potete anche sentire recitata.
Claudia
Piccola aggiunta:
Sparpagliati frammenti
di un amore lontano,
di dolci sorrisi,
di labbra sfiorate.
Pensieri felici
di estati infuocate,
di inverni gelati,
dai venti spazzati,
da piogge bagnati.

Immagini vive
di tramonti sul mare,
di stelle cadenti,
di chiari di luna
di schiuma di onde.

Ricordi sommessi
di sguardi speciali,
di progetti d'amore,
di sogni spezzati,
parole non dette,
di rabbia e di stelle.*

*citazione voluta, omaggio al prof. Vecchioni.
baci,
Claudia
Ciao!!!
Oggi vi voglio proporre questa cosina che ho scritto per il corso: ho provato a scrivere una favoletta
.
L'insegnante ci ha dato un incipit da sviluppare come meglio credevamo e mi è venuta questa cosuccia, che spero vi piaccia.
Un bacione a tutti,
Claudia.
Il folletto GianFosco
Ciao a tutti!!!
Non ho molto da dire e da scrivere, queste giornate mi stanno portando un po' di malinconia, tanta stanchezza... non so perché.
Comunque, l'ispirazione non mi abbandona mai del tutto
e per il blog Ascolta l'infinito ho scritto la poesia "Bosco d'autunno" e spero abbiate voglia di andarla a leggere.
Non la riporto qui così andate a vedere anche l'altro blog
, perché secondo me merita tanto.
Un bacione,
Claudia
Un nuovo terrore nasce nella morte, una nuova superstizione penetra nell'inespugnabile fortezza dell'eternità. IO SONO LEGGENDA.

Come giudicare questo film con Will Smith? Come film in sè o come ispirato allo splendido romanzo di Matheson? Perché cambia, cambia parecchio. Come film in sè è un buon film, non un capolavoro ma con un buon ritmo ed una discreta dose di tensione. E poi Will è pur sempre un bel vedere!
Se invece lo giudichiamo secondo l'aderenza al libro, allora le cose precipitano un po': del capolavoro di Matheson c'è l'idea iniziale e basta.
Neville innanzitutto era bianco, ma va beh, su questo passiamo anche sopra
, il cane non era il suo, non faceva ginnastica ma beveva e bla, bla, bla... La solitudine di Neville, nel romanzo, è a tratti insopportabile, l'angoscia che comunica è, come dire, sovrumana.
Ma d'altra parte il libro è davvero meraviglioso e quasi impossibile, a mio parere, renderlo al meglio sul grande schermo.
A me, comunque, il film è piaciuto: non è perfetto e c'è anche qualche errore, qua e là, però sono felice di averlo visto: e Will Smith è bravino... se penso che me lo ricordavo solo come il Principe di Bel Air
.
Lo so che ha fatto molto altro, da quell'epoca, ma io non avevo mai visto nulla.
Un baciottolo,
Claudia
... poesia sulla pioggia.
Vi prego di apprezzare, più che il risultato in sè, la faticaccia della vostra scrittrice e poetessa preferita (fingerò di non aver sentito i "e chi sarebbe"?) di averla scritta in rime alternate e di aver cambiato in corsa la rima cuore-amore (ora, anche cuore-dolore è scontata, lo so, ma il fiore non c'entrava, per il bollore non è stagione e le altre rime in -ore ve le fate voi,
, chi sono io, Babbo Natale? cit. Ho aperto la parente ed ora la richiudo, ri-cit.).
La foto allegata è dell'altro giorno, non ricordo quando, ma tanto non è cambiato nulla, per cui cuccatevela come se fosse di oggi... che poi, voi che ne sapete? Potevo spacciarla come nuova, apprezzate anche la mia onestà.
Orbene, direi che ho delirato anche troppo, quindi... buona lettura!
Pioggia
Amica invadente,
mi batti sui vetri,
compagna sfuggente
dei giorni più tetri.
Solo e piangente,
ti ascolta il mio cuore,
che chiede, insolente,
di non sentire dolore.
Triste cuore spezzato,
che pulsa, selvaggio,
di un amore mai nato,
di sogno e miraggio.
Il mio corpo ti avverte,
mentre brama carezze
e, a braccia aperte,
senza gioie e certezze,
afferra il cuscino,
nascondendovi il viso,
senza un amore vicino,
senza falso sorriso.
S'alza lo sguardo al cielo
e cerca l’occhio affranto,
oltre il grigio velo,
la fine del pianto,
uno spicchio di blu,
di sole un raggio,
inviato da lassù,
come un dolce omaggio.

baci,
Claudia
Meriggiare pallido e assorto, Eugenio Montale
Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d' orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch' ora si rompono ed ora s' intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com' é tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Bacini,
Claudia
ps: adoro questa poesia!!!