La stella gialla.
Ho circa 80 anni. Anno più, anno meno… che volete, a quest’età si confonde un po’ tutto. Quando è scoppiata la guerra, quella brutta guerra, avevo … ero un’adolescente. Non sono vecchia ora, ma la malattia mi confonde le date, i volti e i nomi delle persone. Ma ieri è venuta da me una bella bambina, ha detto di essere la mia nipotina…o forse pronipote…chi lo sa? So solo che è tanto carina, anche se quegli occhioni azzurri un po’ mi inquietano e non so perché. Mi ha chiesto di raccontarle qualcosa della guerra. Lì per lì le ho detto che non mi ricordavo. Devo anche averle risposto male, ma non è colpa mia, è la malattia. Questa malattia mi divora, un giorno dopo l’altro. Non ricordavo nulla della guerra. Ricordo di averle chiesto: ma che guerra? Lei è andata via. Io sono andata a letto. Sono le 4 del mattino, ora. La bomba, mi ha svegliato la bomba. Mi sono tirata su, forse ho urlato. La signora tanto gentile che mi tiene compagnia ha acceso la luce. Ma io le ho detto di spegnerla. Ci bombardano. Lo so. Ma lei mi ha detto che era un tuono. Piove. Piove moltissimo. Anche quella notte pioveva. Quella notte che… No, così non va bene, partiamo dall’inizio. Vivevo una bella vita. Ero felice e tranquilla. Ad un certo punto sono iniziati i problemi. I divieti. La mia famiglia era ebrea. Non potevo più frequentare le gelaterie dov’ero andata fino a poco tempo prima. Ho dovuto cambiare scuola, negozi. Ho dovuto portare una stella gialla sul cappotto, sui vestiti. Sempre quella maledetta stella gialla. La gente che prima mi guardava con simpatia e mi sorrideva ora mi guarda con sospetto, si teneva alla larga. Nessuno si avvicina, nessuno mi parla. La stella gialla parla. Dice tutto. Dice che non siamo come gli altri. I miei amici spariscono. Non so dove vadano. Nessuno dice nulla. Parla solo la stella gialla. Sono in giro per strada col mio papà. Sto male. Mentre tornavo da scuola mi sono arrabbiata. Un ragazzo che conosco, che qualche volta mi ha offerto una bibita e che mi faceva gli occhi dolci mi ha guardata con disprezzo. Sporca ebrea, mi ha detto. Mi sono arrabbiata, non ho mangiato a pranzo. Ora mi gira la testa, sto per svenire. Papà chiede aiuto. La stella gialla parla da sé. Aiuto…mi si confondono i ricordi, le lacrime mi annebbiano la vista. La stella gialla. La rivedo davanti a me. La odiavo. Alla fine una commerciante pietosa mi porta dello zucchero, del pane. Ma si allontana velocemente. Alla fine mi abituo a quella vita. Poi, d’improvviso, un altro cambiamento. Torno a casa da scuola, un giorno. Ho preso un bel voto in aritmetica e ne sono felice. Ma la casa è in subbuglio, bisogna partire. Scappiamo durante la notte. Piove. Piove come stanotte. Arriviamo a casa di amici. Ci nascondono in cantina. Si soffoca, non c’è luce. Poi fa freddo. Non lo so più. L’umidità mi entra nelle ossa, nella testa. Piango. Il posto è piccolo. Siamo in tanti. Mia sorella è ottimista, mi dice: dai, qui non hai la stella gialla. Rido. E’ vero. Ma la sogno di notte. Sempre. Si sta male, nella cantina. Ma mi abituo anche a quello. A quello che venne dopo, non mi abituai mai. Mai. Nemmeno ora sono abituata. E’ notte. Una notte buia. Scura. Ma è sempre scuro, in cantina. Sento dei passi, delle urla. Qualcuno butta giù la porta. Mi ritrovo con una luce puntata negli occhi. Uomini. Uomini con delle armi. Urlano. Ridono. Ci prendono in giro. Ci caricano su un camion, poi su un treno. Siamo tanti, tantissimi. Mia sorella non ride più. Io prego. Mamma piange, si stringe a papà. Si baciano. Come se fosse l’ultima volta. Le mani di papà accarezzano i capelli di mamma. Lei appoggia la sua testa alle spalle di papà. Allora lui allarga le braccia. Anche io e mia sorella ci rifugiamo lì. Come se fosse l’ultima volta. Scendiamo. Le donne e i bambini piangono. Anche qualche uomo piange. Papà aveva detto che gli uomini non piangono mai. Bugia. Aveva anche detto che non ci avrebbero mai presi. Doppia bugia. Odio papà. Ci dividono. Ci insultano. Ci spogliano. Non abbiamo più un nome, siamo solo dei numeri. Marchiati a fuoco sulla pelle. Eccolo lì, il mio numero. A volte dimentico di averlo, poi qualcuno lo nota. Ripiombo nell’incubo. Mi tagliano i capelli. Il mio vanto, la mia bellezza. Piango, e i soldati ridono. Una notte pioveva. Mancava poco alla fine dell’incubo, ma io non lo sapevo. Un soldato mi chiamò. Era giovane, anche bello. Ricordo poco di lui. Mi disse qualcosa. Con lui diventai donna (si dice così, vero?). Paura. Dolore. Sangue. Continuò per notti e notti. Piangevo, ma a lui non importava. Cominciarono le nausee mattutine. Hans. Credo si chiamasse così. Hans. Non arrivò il ciclo, un giorno. Arrivò la liberazione. Non rividi mai più Hans. Non ricordo quasi nulla di lui…eppure è il padre di mio figlio. Il mio adorato e unico figlio. Occhi azzurri. Ecco cosa ricordo di Hans. Gli occhi della mia nipotina. Ecco perché mi hanno dato i brividi, oggi. Scrivo da quasi due ore, è meglio che mi rimetta un po’ a dormire. Oggi pomeriggio richiamo quella bella bimba e le racconto qualcosa. Finché sono lucida. Finché il cervello mi aiuta. Prego solo di non sognare quegli occhi azzurri. E quella stella gialla.
Claudia